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Roma, lunedì 2 novembre 2026
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Appunti di Contemporaneità

Guerre

La guerra che non si vince dal cielo

di Giovanna Montalbano ·

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Sette mesi di raid sull’Iran non hanno piegato il regime. La promessa della vittoria dal cielo serve soprattutto a chi le bombe le produce, e a pagare sono i popoli

Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno aperto la loro campagna di bombardamenti sull’Iran, con i negoziati tra Washington e Teheran ormai in stallo. Il primo giorno circa 200 caccia israeliani hanno colpito 500 obiettivi in una sola ondata, la più grande operazione nella storia dell’aviazione israeliana. In 6 giorni gli attacchi erano già 2.500, con oltre 6.000 ordigni, secondo il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir. Il prezzo umano lo dicono i dati della Mezzaluna rossa iraniana: oltre 1.900 morti e almeno 20.000 feriti in poco più di un mese.

Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu era il traguardo di oltre 30 anni: convincere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, distruggerne gli impianti nucleari e rovesciare il regime. Nel 1992, da deputato alla Knesset, sosteneva che a Teheran mancassero dai 3 ai 5 anni per avere la bomba, e chiedeva una coalizione internazionale guidata da Washington per fermarla. Ripeté la stessa scadenza nel 1995 nel suo saggio Fighting Terrorism e rilanciò l’allarme nel 1996 davanti al Congresso americano. Nel 2010, da premier, ordinò all’esercito e al Mossad di prepararsi a colpire, ma i capi, Gabi Ashkenazi e Meir Dagan, si opposero. Nel 2012 si presentò all’ONU con il disegno di una bomba e la linea rossa che Teheran non doveva superare. Nel 2015 tornò al Congresso per affossare l’accordo sul nucleare voluto da Obama, che Trump avrebbe stracciato 3 anni dopo. In oltre 30 anni di allarmi, la bomba iraniana non è mai arrivata.

Sette mesi dopo l’inizio dei raid, questo traguardo, però, è ancora lontano. Ad aprile il Pentagono rivendicava oltre 13.000 obiettivi colpiti in 38 giorni e il 90% delle fabbriche d’armi iraniane distrutte. Eppure, la Repubblica islamica è ancora in piedi e continua a colpire. Il cessate il fuoco dell’8 aprile e il memorandum tra Iran e Stati Uniti del 17 giugno non hanno chiuso nulla: a fine giugno Washington è tornata a bombardare dopo che un drone aveva centrato un mercantile nello Stretto di Hormuz, e Teheran ha di nuovo dichiarato chiuso lo Stretto; a fine agosto gli scontri sono ripresi dopo un mese di tregua, e Donald Trump ha promesso di colpire duro.

Gli analisti cercano spiegazioni. Alcuni puntano sui droni Shahed-136, armi di precisione a basso costo prodotte in serie; altri sulla capacità del regime di rimpiazzare i propri capi via via che vengono eliminati. Spiegazioni parziali. La ragione vera è un’altra: Washington e Tel Aviv hanno affidato la guerra quasi solo al cielo e ai missili lanciati dal mare.

Ma dal cielo non si può colpire ciò che sta sottoterra e il grosso dell’arsenale missilistico iraniano e della sua capacità produttiva è custodito in città missilistiche scavate in profondità, fuori portata per quasi tutte le bombe convenzionali. Teheran ha avuto tempo per prepararsi: già nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 gli Stati Uniti avevano colpito i siti nucleari con bombe anti-bunker da 30.000 libbre. Quell’attacco ha ottenuto l’effetto opposto a quello annunciato, spingendo Teheran a disperdere e nascondere uranio arricchito, attrezzature e scienziati molto prima che cominciasse l’operazione Epic Fury.

Lo stesso vale lungo lo Stretto di Hormuz, dove una costa lunga e rocciosa nasconde le imbarcazioni che posano mine, i lanciatori antinave, le rampe dei droni. Gli aerei possono colpire quasi ovunque e per mesi, ma non possono colpire ciò che non vedono. È la strategia del debole contro il forte, spesso vincente nei conflitti asimmetrici.

Lo Yemen avrebbe dovuto insegnarlo. Da anni Stati Uniti e alleati bombardano gli Houthi per fermarne gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso. Ogni postazione scoperta viene distrutta, eppure il movimento continua a minacciare il traffico commerciale, perché le sue rampe sono nascoste nel territorio costiero che controlla. Una delle aviazioni più potenti del mondo non è riuscita a piegare una milizia di uno dei Paesi più poveri della regione.

Credere, dunque, che bombardando città e industrie  possa spezzare il morale di una popolazione e costringere il nemico alla resa, senza combattere a terra, è un’illusione che la storia ha smentito ogni volta. Già lo United States Strategic Bombing Survey (1945-‘46), l’inchiesta con cui il governo americano valutò gli effetti dei bombardamenti alleati su Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, constatava che le bombe producono più sopravvissuti che vittime, e che i sopravvissuti imparano a resistere. La Germania nazista combatté fino all’ultimo sotto i raid su città, fabbriche e reti di rifornimento. Pochi anni dopo, la Corea del Nord, rasa al suolo dai bombardamenti, costrinse Washington a firmare un armistizio senza alcuna vittoria.

Il Vietnam resta la ferita più profonda: gli Stati Uniti sganciarono più di 1 milione di tonnellate di ordigni, in campagne punitive una dopo l’altra, e alla fine furono loro ad andarsene. In Afghanistan e in Iraq la storia si è ripetuta: ai talebani e alle milizie bastava colpire con ordigni improvvisati e imboscate, poi sparire tra la popolazione, finché l’Occidente non si stancava delle sue guerre infinite.

Le poche campagne aeree che i manuali celebrano avevano sempre davanti un esercito allo scoperto. Nel 1991 l’esercito di Saddam Hussein, che  doveva difendere nel deserto il Kuwait venne sconfitto,  dopo settimane di raid, durante un’ offensiva di terra che durò meno di 100 ore. Nel 2011, in Libia, i carri di Muammar Gheddafi che assediavano Bengasi furono distrutti dagli aerei europei. Ma la Libia di oggi, frantumata e consegnata alle milizie, mostra che cosa resta quando le bombe finiscono.

Le bombe, oltretutto, rafforzano i regimi. Poco prima dei raid Teheran aveva soffocato grandi proteste in tutto il Paese, uccidendo migliaia di manifestanti, e non c’è segno che i bombardamenti abbiano spinto gli iraniani a fare pressione sul regime perché ceda. Al regime non serve vincere: gli basta restare in piedi, e i Guardiani della Rivoluzione lo garantiscono con la repressione quotidiana. Ne pagano il prezzo anche le minoranze, come i curdi, emarginati da Teheran e spinti dall’Occidente a prendere le armi contro il governo centrale. Né con Washington né con il regime, dunque: con il popolo iraniano, schiacciato tra i due.

Il bilancio è pesante per tutti: in due settimane gli Stati Uniti avevano lanciato oltre 1.000 missili Patriot, a fronte dei 600 prodotti nel 2025. Per tappare i buchi hanno spostato in Medio Oriente le batterie antimissile THAAD schierate in Corea del Sud, e ad agosto la portaerei USS George Washington ha lasciato il Pacifico occidentale, che avrebbe dovuto presidiare. Persino tra gli analisti militari occidentali c’è chi ammette che l’amministrazione Trump non avrebbe lanciato Epic Fury se avesse saputo di ritrovarsi, 7 mesi dopo, in uno scontro logorante e senza sbocco. L’aura di invincibilità del potere aereo americano si è incrinata.

Ma dal fallimento gli analisti militari occidentali ricavano una richiesta di nuovi fondi. Gli aerei, spiegano, servono a fermare un’invasione, non a piegare un Paese. In Iran gli Stati Uniti hanno attaccato senza invadere, e a Teheran è bastato nascondersi e resistere. Diverso sarebbe se la Russia attaccasse un Paese NATO dell’Europa orientale, o se la Cina tentasse di prendere il Taiwan: per conquistare un territorio bisogna occuparlo, con truppe e carri armati che allo scoperto, o in mare, diventano bersagli facili.Dunque servono più munizioni, più intercettori, nuovi caccia e bombardieri, con gli alleati europei e asiatici chiamati a contribuire. Così una guerra persa diventa un ordine d’acquisto, e a incassare saranno le stesse industrie che hanno fornito le bombe sganciate sull’Iran.

Tra gli scenari evocati per giustificare questi investimenti c’è un’offensiva cinese sul Taiwan. Ma la Cina, in questa guerra, c’era fin dall’inizio. L’8 marzo, su Fox News, il senatore repubblicano Lindsey Graham spiegava che la caduta del regime iraniano avrebbe portato sotto alleanze americane, tra Iran e Venezuela, il 31% delle riserve petrolifere mondiali, colpendo Pechino nel suo punto debole: la dipendenza dalle importazioni di energia. Trump, dal canto suo, ha presentato l’operazione Epic Fury come la prova che la potenza militare americana è intatta.

Il calcolo è fallito. Secondo The Economist, tra febbraio e giugno Pechino ha dimezzato le importazioni di greggio, 5,5 milioni di barili al giorno, abbastanza da far scendere il Brent di 30 dollari o più. La guerra che doveva strangolarla ha mostrato che la Cina può stabilizzare da sola il mercato petrolifero mondiale.

Ma nel racconto di una parte dei media occidentali Pechino resta la minaccia, la potenza che approfitta del conflitto per vincerlo. Sul numero di ottobre di Le Monde Diplomatique, Renaud Lambert lo descrive con l’immagine del «mondo capovolto» dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: più Washington calpesta il diritto internazionale, più è Pechino a essere accusata di minacciare il mondo. C’è chi scrive che la Cina vorrebbe sfruttare la guerra per affondare l’ordine americano, l’accademico Phillips O’Brien si chiede se Pechino stia preparando il colpo finale, e su Le Parisien François Lenglet spiega perché sarebbe la Cina a vincere la guerra contro l’Iran.

Nulla indica che il Partito comunista cinese voglia spodestare l’egemonia americana. Pechino ha tratto enormi vantaggi da quell’ordine e ne subisce l’erosione più di quanto la provochi: preferisce la supremazia americana al caos, purché Washington non stravolga gli equilibri globali né ostacoli lo sviluppo cinese. Per il Partito è ancora troppo presto per guidare il mondo, e una vittoria in Iran non gli conviene.

La Cina, oggi, non è la minaccia che Washington descrive. Ma un nemico serve: senza un rivale pronto a invadere il Taiwan, sarebbe difficile convincere il mondo a riempire di nuovo gli arsenali.

L’Europa, intanto, si è già messa in fila. Secondo i dati SIPRI le spese militari nel continente crescono del 14%, e l’Europa è oggi il principale motore del riarmo mondiale. Il conto arriva anche a chi non ha mai visto un caccia: dopo i nuovi raid americani di settembre il prezzo del gas europeo ha toccato il livello più alto dal 2023. Lo pagano le famiglie nelle bollette, mentre i bilanci pubblici vengono piegati alla logica della guerra.

Dal Vietnam allo Yemen, fino alle montagne dell’Iran, il potere aereo ha cambiato tecnologia ma non funzione: serve a colpire popoli lontani senza doverli guardare in faccia, e a trasformare ogni guerra perduta nel pretesto per la successiva. Gli strateghi chiedono più aerei. La risposta, per chi ha memoria, è un’altra: fuori le basi dalla guerra, fuori i bilanci dal riarmo, e una pace che non sia la tregua tra un bombardamento e l’altro.

Pubblicato inGuerreMondo