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Brasile: il voto e il caso Bolsonaro

di Redazione · · aggiornato il 31 ottobre 2026

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Il Brasile ha scelto ancora Luiz Inácio Lula da Silva. Al ballottaggio del 25 ottobre il presidente uscente ha ottenuto il 51,74% contro il 48,2% di Flávio Bolsonaro, primogenito dell’ex capo di Stato Jair. Meno di 48 ore dopo, lo sconfitto ha violato il divieto di espatrio imposto dalla Corte suprema, e passando per l’Argentina è arrivato negli Stati Uniti.

Quella di Lula è stata una rimonta clamorosa, che i sondaggi non avevano previsto. È la prima volta che in Brasile vince un candidato arrivato secondo al primo turno. Il 4 ottobre Lula era dietro di circa due milioni di voti, ed il fronte bolsonarista contava sui circa nove milioni di elettori dei candidati esclusi, tutti di centrodestra. Invece al ballottaggio l’astensione è calata di due punti e il presidente uscente ha superato i 64 milioni di voti, con un margine di oltre quattro milioni. Lula, che compie 81 anni il 28 ottobre, non potrà più ricandidarsi, e dovrà quindi – nel corso di questo mandato – preparare la successione, e governerà il Brasile con un Parlamento controllato dalla destra.

Flávio era in corsa al posto del padre, Jair Bolsonaro, che è ineleggibile fino al 2030 e sta scontando ai domiciliari una condanna a 27 anni e 3 mesi per un tentato colpo di Stato immediatamente successivo alla sconfitta elettorale del 2022. A settembre 2025 aveva indicato il figlio come erede, ed infatti a dicembre Flavio aveva lanciato la sua candidatura.

La notte della fuga

Il giorno dopo il voto Flávio aveva rassicurato i suoi elettori rispetto ai “rumors” di una possibile fuga dal paese: sarebbe rimasto in Brasile a guidare l’opposizione. «Non intendo lasciare il Brasile», aveva ripetuto dopo una visita al padre. Nel frattempo, però, il giudice Alexandre de Moraes aveva emanato nei suoi confronti un’ ordinanza di consegna – entro ventiquattro ore – di tutti i passaporti, compreso quello italiano, vietandogli di uscire dal Paese. Bolsonaro si sarebbe, a quel punto, accordato per consegnarli la mattina del 27 ottobre, ma non lo ha fatto, e la polizia ha annullato i documenti.

La ricostruzione, ancora parziale, si basa su fonti di stampa e su conferme arrivate in ritardo. Nella serata di lunedì 26 il senatore Bolsonaro sarebbe entrato a piedi in Argentina. La Direzione nazionale delle migrazioni argentina ha poi confermato che ui, la moglie Fernanda e le figlie Carolina e Luiza hanno attraversato il ponte Tancredo Neves, nella provincia di Misiones, per poi partire su un jet privato della Baires Fly diretto a Guayaquil, in Ecuador. Da lì poi ha raggiunto la Florida, dove secondo il portale Metrópoles ha incontrato il fratello Eduardo.

Per ore le versioni si sono contraddette. Il coordinatore della campagna Rogério Marinho ha negato tutto: «Non è uscito». Il governo di Javier Milei, alleato dei Bolsonaro, ha smentito categoricamente l’ingresso in Argentina, salvo vederlo confermato dal proprio ufficio migratorio meno di 24 ore dopo.

Perché è fuggito

Flávio Bolsonaro non ha spiegato le ragioni della partenza: il quadro giudiziario a lui riferito può aiutare a capirle. Il senatore è indagato dalla Corte suprema in due inchieste: la prima è chiamata Dark Horse, e fa riferimento ad ipotesi di corruzione, riciclaggio ed evasione valutaria legate al finanziamento di un film biografico su Jair Bolsonaro. A maggio l’agenzia di stampa The Intercept Brasil ha pubblicato chat e audio in cui Flávio tratta 24 milioni di dollari con il banchiere Daniel Vorcaro, detenuto per una maxi frode legata all’istituto finaziario Banco Master. Dieci milioni sarebbero stati effettivamente versati. La Polizia federale sta verificando se quei fondi abbiano sostenuto la campagna o l’attività di lobby di Eduardo a Washington. C’è poi un secondo filone di indagini, l’inchiesta Willer Tomaz: si tratta di riciclaggio attraverso società e piattaforme di scommesse online guidate dall’amico e socio Willer Tomaz, che ad agosto si è trasferito anch’egli a Miami, negli Usa. Flávio avrebbe avuto accesso a uno dei suoi conti offshore.

Essendo senatore, Flávio Bolsonaro gode dell’immunità e delle tutele parlamentari, ma non essendo stato eletto le perderà a febbraio, quando scade il mandato. Secondo alcune fonti giornalistche, la decisioe di fuggire negli Stati Uniti sarebbe stata presa dopo l’ordine di consegnare i passaporti. Venerdì, prima del voto, il fratello Eduardo aveva detto che in caso di sconfitta Flávio avrebbe dovuto lasciare il Brasile.

Non riconoscere la sconfitta!

Flávio Bolsonaro non ha riconosciuto la validità del risultato. È lo stesso copione seguito dal padre nel 2022. Allora Jair Bolsonaro perse contro Lula, non ammise mai apertamente la sconfitta e disertò l’insediamento del gennaio 2023 rifugiandosi in Florida. L’8 gennaio, poi, i suoi sostenitori assaltarono le sedi delle istituzioni a Brasília: da quella vicenda è nata la condanna per il tentato golpe. Nel febbraio 2025 anche il fratello di Flavio, Eduardo, era partito per gli Stati Uniti, dove oggi vive . In Brasile è stato condannato in via definitiva a 4 anni e 2 mesi per aver sollecitato sanzioni americane contro i giudici del processo al padre.

Il modello di riferimento, in questo caso, resta quello di Donald Trump, che non ha mai accettato la sconfitta del 2020. Anche stavolta il presidente americano ha parlato di voto «truccato» senza portare prove: «Non mi sono schierato, ma sembrava un’altra elezione truccata». Salvo aggiungere, su Lula: «Vado d’accordo con lui». Il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che rilascerà i visti a Flávio e alla sua famiglia. L’avvocato messicano Simón Levy, vicino al mondo MAGA, ha indicato il segretario di Stato Marco Rubio come «il cervello dell’operazione», ma la notizia non è mai stata verificata.

Il fronte bolsonarista, però, appare diviso. Il Partido Liberal, il partito della famiglia, ha riconosciuto la vittoria di Lula con una nota del presidente Valdemar Costa Neto. L’influencer Nikolas Ferreira ha ammesso che non c’è alcuna possibilità realistica di annullare il voto. Per Flávio, che fino a pochi giorni fa si presentava come «l’ultimo ostacolo» al progetto del Partito dei lavoratori, la fuga rischia di chiudere la carriera politica.

Pubblicato inMondoPolitica