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Roma, lunedì 2 novembre 2026
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Il caso Youssef Siher: guerra ibrida, destabilizzazione filoislamica o “false flag”?

di Redazione ·

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Sabato 17 ottobre una manifestazione a Milano contro il carovita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale è finita in scontri e devastazioni. Ci sono state vetrine sfondate, negozi saccheggiati e piazza Duomo occupata. Il bilancio provvisorio parla di circa 60 fermati, più della metà minorenni, e di almeno 25 feriti. I partecipanti erano in gran parte giovanissimi, molti venivano dalle periferie e una parte era composta da immigrati di prima o seconda generazione. Nelle ore successive stampa e istituzioni hanno descritto gruppi che agivano «senza un coordinamento apparente».

Il giorno dopo è comparsa su Instagram la pagina «Movimento 17 ottobre». Il canale Telegram collegato ha superato i 10mila iscritti in meno di una settimana.

Sabato 24 la polizia ha fermato Youssef Siher, 30 anni, ritenuto l’amministratore della pagina. Siher è nato a Brescia da una famiglia marocchina e vive a Mazzano. Ha studiato alla Statale di Milano, con una laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione e una magistrale in Scienze politiche. Nel 2024 ha fatto uno stage all’ISPI e ha collaborato con il Foglio e il Fatto. Oggi lavora all’etichettatura di dati per la startup americana Mercor ed è un attivista filo-palestinese. La Procura di Milano gli contesta l’istigazione a delinquere, aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Gli contesta anche il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, introdotto dal recente decreto sicurezza. È indagata anche la moglie. Secondo quanto riportato, Siher è stato individuato grazie all’indirizzo IP fornito da Meta. Al momento è soltanto indagato.

Nel giro di poche ore titoli di giornali e telegiornali lo hanno definito «mente» e «regista» degli scontri. Ma la cronologia dei fatti, abbastanza semplice da ricostruire, pone un problema: la pagina Instagram che gli viene attribuita non esisteva quando la piazza del 17 è esplosa. Neppure le accuse, in realtà, sosterrebero che Siher abbia organizzato quella giornata. Dicono piuttosto che avrebbe «alimentato la protesta per giorni» con l’obiettivo di «replicare il caos» il sabato successivo. L’ipotesi riguarda quindi il 24, non il 17. E dunque, istigare una manifestazione futura e dirigere una rivolta già avvenuta sono due accuse molto diverse.

Il caso si inserisce in un dibattito politico già acceso. Il 20 ottobre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri il «punto di arrivo» di una guerra ibrida. Ha citato TikTok e YouTube come «strumenti», senza indicare alcuno Stato responsabile, anche se il riferimento alla Russia è apparso evidente. Lo stesso giorno il vicepremier Matteo Salvini ha definito «stramba» l’ipotesi russa e si è detto più convinto di una matrice «filoislamica». Dopo il fermo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «galassia ProPal».

Alcuni elementi del profilo di Siher, però, sono davvero poco compatibili con l’idea di un’operazione coperta, sia essa parte di una ipotetica guerra ibrida di cui l’Italia sarebbe oggetto, sia nel caso di tentativo di strumentalizzazione delle piazze con obiettivi di destabilizzazione sociale. Infatti l’attivista gestiva una pagina pubblica, si collegava dal proprio indirizzo IP senza porsi grandi problemi, era già noto ai servizi segreti e firmava i suoi profili social con nome e cognome. L’account Instagram da lui aperto era infine seguito da giornalisti ed, immaginiamo, dalle forze dell’ordine, così come il canale Telegram

Una fonte investigativa citata dalla stampa ha osservato che difficilmente un servizio segreto straniero avrebbe lasciato tante tracce. Lo stesso ragionamento vale per l’ipotesi di una regia islamista. Resta inoltre il fatto che i partecipanti alle piazze del 17 e del 24 ottobre hanno rifiutato esplicitamente qualsiasi rappresentanza.

Leggendo la vicenda nella sua complessità, appare abbastanza evidente che – al momento – le accuse a Youssef Siher appaiono quantomeno forzate, ed utili sopratutto a far sparire il contesto in cui la manifestazione del 17 ottobre, e quella del 24, si sono svolte. Da un lato il disagio e la consapevolezza delle giovani generazioni, sempre più private di prospettive, depauperate dal punto di vista delle possibilità di studiare, di lavorare, di evolversi, a cui vengono tolte sempre più risorse per scuole ed università. Ragazze e ragazzi che hanno visto negli anni le loro famiglie di origine perdere potere di acquisto, peggiorare la qualità della vita e che si sentono proporre il riarmo, ed un mondo militarizzato, come prospettiva esistenziale migliore.

Dall’altro lato, le periferie, che sono il luogo da cui proveniva una parte dei giovani che ha partecipato agli scontri: i “maranza”, immigrati di prima e seconda generazione, ma non solo: ragazze e ragazzi condannati a vivere in luoghi privi di servizi e – anche lì – di opportunità di integrarsi e di immaginare un futuro diverso da quello a cui appaiono condannati. Una serie di motivazioni evidenti e tangibili a cui si sta preferendo – per opportunismo politico o per convenienza – la creazione e la narrazione del nemico, interno od esterno che sia.

Spetterà ovviamente ai giudici stabilire se Siher abbia commesso i reati di cui viene accuasato. Al momento, appare prevalere più l’esigenza di strumentalizzare e reprimere rispetto a quello che si dovrebbe fare, e cioè comprendere i motivi dell’insoddisfazione e del malcontento, e risolverli. O almeno provarci.