La notte di Mamdani
di Silvia Minguzzi · · aggiornato il 29 ottobre 2026
Da ascoltareOggi inauguriamo qualcosa di nuovo.
A volte succede qualcosa di martedì sera che non puoi aspettare a raccontare fino al prossimo episodio lungo. Ecco perché abbiamo creato L’istantanea — The Snapshot. Sette minuti, un fatto, una fotografia della politica statunitense mentre ancora è calda. Esce quando serve — solo quando la notizia lo merita.
Questa settimana, la meritava.
Martedì sera, a New York, il Partito Democratico statunitense ha subito un terremoto. Non una scossa leggera. Un terremoto vero. Tutti e tre i candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno vinto le primarie congressuali, inclusi due sfidanti che hanno battuto deputati democratici in carica. Una vittoria clamorosa per la sinistra. Una batosta storica per l’establishment.
Facciamo un passo indietro. Chi sono questi tre candidati?
Si trattava delle primarie democratiche per la Camera dei Rappresentanti — il ramo basso del Congresso statunitense — in tre collegi di New York City. Nei collegi sicuramente democratici come questi, chi vince la primaria vince di fatto il seggio a novembre. Quindi stiamo parlando di tre nuovi deputati al Congresso.
Il primo si chiama Brad Lander. Ex comptroller della città di New York — una specie di assessore al bilancio, ma con poteri di controllo molto ampi. Ha sfidato il deputato uscente Dan Goldman nel decimo distretto, che comprende il Lower Manhattan e pezzi di Brooklyn. Lander ha ottenuto il 65,8% dei voti contro il 34% di Goldman, con quasi il 98% delle sezioni scrutinate. Non una vittoria: uno schianto. La gara è stata assegnata da NY1 meno di dieci minuti dopo la chiusura dei seggi.
La seconda è Claire Valdez, deputata statale, 36 anni, membra dei Democratic Socialists of America — la DSA. Ha vinto nel settimo distretto, quello lasciato libero dalla deputata storica Nydia Velázquez che va in pensione, battendo il presidente del borough di Brooklyn Antonio Reynoso.
La terza, e forse la più sorprendente, è Darializa Avila Chevalier. Trentadue anni, attivista di comunità, anch’essa nella DSA. Ha sconfitto di misura Adriano Espaillat, deputato in carica da cinque mandati, primo dominicano-americano eletto al Congresso e presidente del Congressional Hispanic Caucus. Una testa pesantissima, caduta.
IL FATTORE MAMDANI
Ma quanto vale l’endorsement di Mamdani? Martedì sera abbiamo avuto la risposta.
Per lui questi risultati rappresentano un ritorno significativo sull’investimento del suo capitale politico. Ha fatto campagna attivamente per tutti e tre. Ha persino girato una pubblicità andata in onda dopo la prima partita delle NBA Finals, in cui palleggiava con Lander, Valdez e Avila Chevalier, chiamandoli “la nostra squadra.”
La squadra ha vinto. Tutti e tre.
E per capire il peso di questo, bisogna guardare chi ha perso dall’altra parte. Goldman era sostenuto dal governatore Kathy Hochul e da Hakeem Jeffries — la massima autorità democratica al Congresso oggi. Espaillat aveva il sostegno di Jeffries, della leadership ispanica, di mezzo partito. Goldman è il quinto deputato in carica a perdere una primaria nel 2026. Non è una coincidenza. È una tendenza.
IL DSA E IL PARTITO DEMOCRATICO
E qui arriviamo alla domanda che conta: cosa significa tutto questo per il Partito Democratico?
Il DSA — Democratic Socialists of America — ha raggiunto quest’anno la soglia di 100.000 iscritti, con quasi 14.000 solo a New York City. Non è un partito nel senso tecnico statunitense — è un’organizzazione politica nonprofit — ma funziona come tale: candidati, volontari, struttura, e ora, sempre di più, vittorie.
Secondo il tracker elettorale della stessa DSA, i candidati di “Team DSA” sono coinvolti in 133 gare in questo ciclo elettorale, con già 14 vittorie, 91 candidati ancora in corsa e 27 sconfitte.
Il messaggio che hanno portato è semplice e potente: sanità pubblica universale, stop agli aiuti militari a Israele, affitti accessibili, politiche contro le grandi aziende. Come dice il Working Families Party, alleato della DSA: è meno questione di destra o sinistra, più questione di chi è disposto a dare pugni verso l’alto, verso i potenti.
Ma c’è anche chi avverte. Un analista di Third Way — consultoria democratica moderata — ha detto che i repubblicani adoreranno usare le posizioni più radicali di Avila Chevalier per colpire altri democratici nelle gare competitive.
Allora, qual è l’istantanea di questa settimana?
Il Partito Democratico statunitense è in guerra civile interna. Da una parte l’ala moderata — Jeffries, Hochul, l’apparato — che cerca di restare al centro per non spaventare gli elettori indipendenti nei collegi in bilico. Dall’altra la sinistra socialista democratica, che dice: i moderati perdono da anni, proviamo con qualcosa di diverso.
Come ha osservato un analista, le battaglie che si stanno svolgendo nelle primarie dei midterm ora saranno emblematiche di quello che vedremo nel ciclo presidenziale del 2028.
Mamdani, per ora, ha dimostrato una cosa concreta: il suo endorsement vale. E se il modello newyorchese si esportasse — se altri organizzatori costruissero macchine simili in altre grandi città — il Partito Democratico del 2028 potrebbe assomigliare molto poco a quello del 2020.
Un partito che si guarda allo specchio e vede due facce.


