Serbia al voto: finisce l’era di Vucic, si apre una nuova fase per Belgrado
di Redazione ·
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“È chiaro che abbiamo perso queste elezioni». Con questa frase, pronunciata poco dopo la chiusura dei seggi di domenica 25 ottobre, e prima ancora delle proiezioni ufficiali, l’ex presidente Aleksandar Vučić ha riconosciuto la fine della sua lunga stagione alla guida della Serbia. La Lista Studentesca (Studentska lista) ha conquistato circa 140 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale: abbastanza per governare da sola.
È il fatto politico tra i più significativi nei Balcani da oltre un decennio, che riguarda da vicino anche l’Unione Europea, che da anni tiene la Serbia nella sala d’attesa dell’allargamento e che ora si trova davanti un interlocutore nuovo ed in buona parte sconosciuto.
Dalla tettoia di Novi Sad alle urne
Tutto comincia il 1° novembre 2024, quando la pensilina in cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, nel nord del Paese, crolla uccidendo 16 persone. Era stata appena ristrutturata: la richiesta di verità sugli appalti si trasforma in poche settimane in un movimento nazionale contro la corruzione: facoltà occupate, blocchi stradali, cortei tra i più grandi della storia del Paese. Gli studenti ne sono il motore.
Il Partito progressista serbo (SNS), al potere dal 2012, ha sempre respinto le accuse di corruzione: ma opposizioni e organizzazioni per i diritti lo accusano da anni di pressioni sui media indipendenti, irregolarità elettorali e uso improprio delle risorse pubbliche.
Il voto era previsto per la fine del 2027. A settembre Vučić ha però deciso di sciogliere l’Assemblea, ed il 27 settembre si è dimesso da presidente della Repubblica, carica in cui aveva esaurito i mandati, per guidare la lista dell’SNS come candidato premier. Una mossa forse – a posteriori – poco provvida: pensata per confermarsi e confermare l’SNS come partito di maggioranza, si è invece trasformata in una sorta di referendum su di lui.
Alle 18 i domenica 25 ottobre l’affluenza aveva già toccato il 64,9%, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia. Code ai seggi fino a sera, e all’estero persone in fila per votare dalle 2 di notte, come ad esempio a New York e a Chicago. Secondo le proiezioni CESID e Ipsos, la Lista Studentesca ha ottenuto circa il 52% dei voti, contro il 39% dell’SNS.
| Lista | Seggi (dati preliminari, su 250) |
| Lista studentesca | ~140 |
| SNS – Serbia unita (Vučić) | ~104 |
| Alleanza degli ungheresi di Vojvodina | 3 |
| Altre liste di minoranza | 2–3 |
La soglia per governare è di 126 seggi. Nessuna delle forze dell’opposizione tradizionale, al momento, avrebbe superato lo sbarramento del 3%: il nuovo parlamento sarà – di fatto – strutturato su di un confronto a due tra Studenti ed SNS.
A guidare la lista degli Studenti è Ilija Srdanović, medico di Novi Sad: ma gli studenti non hanno ancora indicato un premier.
L’Unione Europea
Le reazioni europee sono arrivate in poche ore: «Siamo pronti a sostenere le riforme su stato di diritto, libertà dei media, lotta alla corruzione», ha scritto Ursula von der Leyen. «La Serbia ha alzato la voce», ha commentato la commissaria all’Allargamento Marta Kos. Si sono congratulati anche António Costa, il segretario generale del Consiglio d’Europa Alain Berset e il premier ungherese Péter Magyar, che ha telefonato ai leader studenteschi.
L’interesse dell’Unione Europea all’esito elettorale serbo ha una ragione precisa: la Serbia è candidata all’adesione dal 2012, ma il negoziato è fermo. Lo bloccano tre nodi: le condizioni ed il livello dello stato di diritto, il mancato allineamento alle sanzioni contro la Russia e lo stallo del dialogo con il Kosovo. Un governo nato da un movimento anticorruzione potrebbe sciogliere il primo nodo, che da un certo punti di vista è forse il dossier meno complesso da gestire.
Sugli altri due, però, gli Studenti non hanno promesso svolte. Il loro programma è molto concentrato sulle riforme interne e più vago sulla politica estera. Sull’adesione all’Ue non hanno mai preso una posizione del tutto netta: nel Paese il sostegno all’ingresso nell’Unione Europea è tiepido, se non proprio un tema divisivo. Si è accennato ad un referendum sull’ingresso nell’Unione entro sei mesi dall’insediamento del nuovo governo, ma è un’ipotesi tutta da verificare. Sulla Russia, poi, il percorso più probabile, a cui la Lista degli Studenti ha anche fatto riferimento, è di continuità con il passato: niente sanzioni, come con Vučić che invece sostiene che i nuovi governanti potrebbero arrivare a sanzionare Mosca: sarebbe un precedente politico e storico inedito e clamoroso, visti i rapporti che legano i due Paesi.
Mosca, dal canto suo, ha sostenuto apertamente il governo uscente e ha descritto le proteste, da cui è nata la Lista Studentesca, come una «rivoluzione colorata» pilotata dall’Occidente. La Cina, che ha forti interessi commerciali nel Paese, ha formalmente taciuto, ma è immaginabile che avrebbe preferito una continuità di gestione politica.
Il nodo Kosovo
Il capitolo più delicato resta il Kosovo. Gli Studenti hanno detto che non riconosceranno l’indipendenza proclamata unilateralmente da Pristina nel 2008, e diversi loro candidati hanno proposto di rivedere gli accordi firmati anche sotto l’egida europea. Su questo punto la nuova Belgrado potrebbe essere paradossalmente più rigida della vecchia, proprio mentre l’UE considera la normalizzazione dei rapporti una condizione per l’adesione.
Nell’area balcanica, la prima reazione è arrivata dal premier montenegrino Milojko Spajić che ha parlato di «volontà del popolo» come fondamento di ogni cambiamento democratico. Il dato forse più evidente è che, dopo il cambio di governo in Ungheria, con l’uscita di scena di Orban, anche Belgrado ha voltato pagina, e l’asse dei leader «forti» dell’Europa centro-orientale ha perso un altro pezzo.
Nei prossimi giorni arriveranno i risultati definitivi della Commissione elettorale e, poi, il nome del primo ministro. Il primo banco di prova sarà interno: un movimento senza esperienza di governo dovrà ricostruire una amministrazione pubblica dopo 14 anni di dominio di un solo partito. Da quel lavoro dipenderà, probabilmente, anche il dossier europeo.
