Una manovra da 26 miliardi, un Paese con 5,4 milioni di poveri e salari che non hanno ancora recuperato l’inflazione. Mentre la spesa militare corre verso il 5% del Pil, sanità, lavoro, famiglie, Mezzogiorno e scuola raccontano un’altra urgenza. E un’altra idea di sicurezza.
Il 28 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato in un’ora e 41 minuti la quinta legge di bilancio del governo Meloni. Vale circa 26 miliardi nel 2027 e 27 nel 2028. Di questi, circa 9 servono solo a rinnovare misure già in vigore e in scadenza, sicché le risorse nuove si fermano attorno ai 17 miliardi.
Palazzo Chigi ne rivendica la direzione: Irpef al 33% fino a 55.000 euro, cedolare secca all’1% per chi affitta a canone concordato a un inquilino under 35, congedo parentale più lungo, un fondo da 100 euro l’anno per ogni nuovo nato. Una manovra che guarda al ceto medio e alle famiglie con figli. Ma un bilancio dice almeno altrettanto con quello che lascia fuori. E la scelta più pesante di questi anni, l’aumento della spesa militare, nella manovra nemmeno compare. In conferenza stampa se ne è parlato poco. A un certo punto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è alzato per andarsene e, quando Meloni gli ha chiesto di restare, ha risposto che tanto gli facevano domande solo sull’Ucraina.
Due pesi, due misure
Ma nel 2025 l’Italia ha raggiunto il 2% del Pil in spesa militare. Secondo la Nato, in 11 anni quella spesa è quasi raddoppiata, da 23,7 a 46,9 miliardi di dollari a prezzi costanti, circa 45 miliardi di euro. Ora il governo si è impegnato con l’Alleanza a salire al 5% entro il 2035, tra difesa in senso stretto e sicurezza: circa 145 miliardi l’anno. Per il 2027 e il 2028 ha chiesto a Bruxelles circa 14 miliardi l’anno di deficit aggiuntivo per energia e difesa, fuori dalle regole ordinarie.

Fonte: Nato. L’obiettivo 2035 comprende il 3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% per la sicurezza.
Si ottengono così due bilanci che obbediscono a leggi diverse. La spesa sociale resta legata al percorso di rientro dal deficit eccessivo, euro per euro. La difesa gode invece di una flessibilità concessa dall’Unione. La Cgil parla di «riarmo e austerità», e per una volta lo slogan sindacale è anche una descrizione tecnica accurata.
Conviene fermarsi su questo punto, perché smonta un’idea che ha governato il dibattito europeo per 15 anni: che i vincoli di bilancio fossero un dato tecnico, immutabile, davanti al quale la politica non aveva margini. Per un decennio a chi chiedeva più medici o più insegnanti si è risposto che i soldi non c’erano e che le regole non lo consentivano. Poi è arrivata la clausola sulla difesa, e si è scoperto che le regole si possono sospendere quando la causa viene giudicata abbastanza nobile. Il vincolo, insomma, esiste ancora, ma vale per alcune spese e non per altre. E una regola che concede eccezioni per la difesa e le nega alla sanità non è più neutrale: esprime una scelta politica.
Un tempo, se un governo voleva spendere di più per le armi e meno per la sanità, doveva dirlo apertamente. Spiegava la scelta in Parlamento e ne rispondeva alle elezioni successive. Oggi non è più necessario. Quasi 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi, eppure le risorse per la difesa si trovano lo stesso. Non solo quella spesa è esclusa dai vincoli: è la stessa Unione europea a incoraggiarla. Con il piano ReArm Europe, presentato nel marzo 2025, la Commissione ha messo sul tavolo fino a 800 miliardi, tra 150 miliardi di prestiti e la possibilità per i governi di fare più deficit per la difesa. Per gli ospedali, invece, valgono il rigore e la risposta di sempre: non ci sono soldi. E a chi chiede perché si risponde che lo chiede l’Europa. Peccato che quelle regole, a Bruxelles, le abbiano scritte e approvate proprio i governi che oggi ci si nascondono dietro. Quanto all’obiettivo del 5%, non lo ha imposto Bruxelles: è un impegno preso dai governi nella Nato. Compreso il nostro.
La sanità che non basta
Che cosa significhi in concreto quel «non ci sono soldi» lo mostra proprio la sanità. Nella manovra il Fondo sanitario nazionale sale di 3,4 miliardi e arriva a 146,3. Palazzo Chigi parla di record in valore assoluto. Le Regioni, e con loro lo stesso ministro della Salute, avevano però chiesto circa 6,5 miliardi. La Fondazione Gimbe calcola che lo scarto tra la spesa prevista e il fondo arriverà a 7,6 miliardi nel 2027 e a 14 nel 2029, per un totale di 32,3 miliardi in 3 anni.

Fonte: Comunicato del Consiglio dei ministri n. 195; Fondazione Gimbe, 9° Rapporto sul Ssn.
Il record in valore assoluto è un classico della comunicazione di governo, di qualunque governo. Con i prezzi che salgono e una popolazione che invecchia, quasi ogni voce di spesa cresce di anno in anno in euro correnti: superare il record dell’anno prima è quasi automatico. Il confronto che conta è un altro. L’Italia destina alla sanità pubblica il 6,2% del Pil, circa la metà della Germania, che sta attorno all’11%. Per spesa pro capite è ultima nel G7 e quindicesima su 27 tra i Paesi europei dell’Ocse. Tra il 2010 e il 2019, ricorda il Gimbe, al servizio sanitario sono stati tolti oltre 37 miliardi. La manovra non recupera quei tagli. Si limita a non aggiungerne altri.
Le conseguenze ricadono sui pazienti. Nel 2024 il 9,9% degli italiani, oltre 5,84 milioni di persone, ha rinunciato a una visita o a un esame. Quelli che hanno rinunciato per i tempi d’attesa sono passati in un anno da 2,7 a 4 milioni. Chi può paga di tasca propria: tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie nelle strutture private non convenzionate è cresciuta del 137%, da 3,05 a 7,23 miliardi. Chi non può aspetta, oppure rinuncia.

Fonte: Istat e Fondazione Gimbe (3 settembre 2026).
Intanto il servizio sanitario fatica a trovare personale. I medici, per numero, sono sopra la media Ocse. Gli infermieri sono pochissimi, e tra i peggio pagati d’Europa. Ai corsi di laurea in infermieristica sono arrivate circa 18.000 domande per oltre 20.000 posti: i posti disponibili superano i candidati. Il 15% delle borse per la formazione in medicina generale è rimasto senza assegnatari. I medici di famiglia sono 37.260, e il 51,7% segue più dei 1.500 pazienti che dovrebbero essere il tetto.
Anche l’accesso alle cure dipende da dove si vive. Nel 2023 chi si è curato fuori dalla propria regione ha mosso 5,15 miliardi, il massimo mai registrato. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto incassano il 95,1% del saldo positivo. Calabria, Campania e Sicilia perdono rispettivamente 326,9, 306,3 e 246,7 milioni. Quando un paziente calabrese va a farsi operare in Lombardia, è la sua regione a pagare l’intervento: risorse che escono dalla sanità calabrese e la indeboliscono ulteriormente.

Fonte: Fondazione Gimbe, rapporto sulla mobilità sanitaria (4 marzo 2026).
In questo quadro va letto il buono da 300 euro per gli over 75 con pensione fino a 28.000 euro. È un aiuto, e nessuno lo rifiuterà. Ma racconta anche un cambiamento di fondo.
Quando il servizio pubblico non riesce più a garantire la cura, lo Stato smette di offrirla e comincia a rimborsarne un pezzo. Il diritto alla salute, che la Costituzione all’articolo 32 definisce fondamentale, si trasforma così in un contributo da spendere presso strutture private.
Lavoro: più occupati, salari più poveri
Sul lavoro i dati raccontano una situazione contraddittoria. L’occupazione è ai massimi storici, e il governo non perde occasione di ricordarlo. Ma la disoccupazione è risalita dal 5% di maggio al 6,2% di agosto, e tra i giovani ha superato il 20%: uno su 5 di quelli che cercano lavoro non lo trova.

Fonte: Istat, Occupati e disoccupati, dati provvisori 2026.
Il problema vero, però, è un altro: il lavoro non protegge più dalla povertà. Secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora più bassi del 6,1% rispetto al 2021, il divario più ampio tra le grandi economie avanzate. E per quest’anno l’Ocse prevede un altro calo, dello 0,9%.
L’articolo 1 della Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro. Dietro quella formula c’era un patto molto concreto: chi lavora ha diritto a vivere dignitosamente, e proprio attraverso il lavoro diventa cittadino a pieno titolo. Quel patto si è rotto senza che nessuno se ne assumesse la responsabilità. Oggi si può avere un impiego, perfino stabile, e ritrovarsi ogni anno un po’ più indietro. Il governo celebra il record degli occupati, mentre i salari continuano a perdere valore.
E poi c’è chi dal lavoro non torna. Nei primi 8 mesi del 2026 sono morti 701 lavoratori. Le denunce di infortunio sono state circa 405.000, il 5,4% in più, e quelle per malattia professionale sono cresciute del 16,3%. L’Anmil chiede da tempo di introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Nella manovra il tema non compare.
Eppure anche questa è sicurezza, forse la più elementare: uscire di casa la mattina e rientrare la sera. Nei decreti del governo e negli impegni con la Nato la parola ricorre di continuo, ma non con questo significato.
La crisi dell’ ex Ilva
Mentre il governo si prepara a triplicare la spesa militare, a Taranto si spegne l’unica grande acciaieria a ciclo integrale del Paese. Il 13 ottobre il Consiglio dei ministri ha prorogato la cassa integrazione per circa 10.000 lavoratori dell’ex Ilva, dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027, estendendo la stessa copertura all’indotto. Costo: 187 milioni, per accompagnare una chiusura e non per evitarla. La Corte d’appello di Milano ha ordinato di spegnere entro il 28 ottobre l’area a caldo, la parte più inquinante dell’impianto. L’azienda, rimasta senza materie prime, l’aveva già fermata, e con lei si sono fermati gli stabilimenti di Genova e di Novi Ligure, che lavorano l’acciaio prodotto in Puglia. Lo Stato, che controlla il gruppo attraverso i commissari, cerca un compratore da anni.
Taranto riassume la storia industriale del Paese: una città costretta per decenni a scegliere tra il lavoro e la salute, che oggi rischia di restare senza l’uno e senza l’altra. C’è poi un dettaglio che varrebbe la pena di far notare a chi pianifica il riarmo. Per fabbricare armi serve acciaio. L’Italia, con ogni probabilità, dovrà comprarlo all’estero, mentre paga i propri operai siderurgici per restare a casa. Una politica industriale che finanzia le armi ma non la produzione dell’acciaio necessario a costruirle è difficile da giustificare.
Il divario tra Nord e Sud
Taranto, del resto, sta nel Mezzogiorno, dove la crisi industriale si somma a un divario con il Centro-Nord, di redditi, lavoro e servizi, che dura da decenni. Ed è proprio il Sud la parte del Paese che la manovra sembra vedere meno: le sue misure sono pensate per un ceto medio che vive soprattutto al Nord. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta l’11,5% delle persone, contro l’8,5% del Nord e il 7,4% del Centro. Il 12,3% dei residenti nel Sud dice di arrivare a fine mese «con grande difficoltà». Tra i 25 e i 44 anni, chi ha al massimo la licenza media è a rischio di povertà in più della metà dei casi, il 51,8%. Lo Svimez descrive un divario che non si chiude: meno occupati che al Centro-Nord, salari più bassi, più contratti a termine, poche donne al lavoro anche perché mancano gli asili. E i giovani più qualificati continuano a partire.

Fonte: Istat, rapporto Bes 2025 (26 ottobre 2026).
Nessuno lo dichiara, ma le misure della manovra hanno un indirizzo geografico preciso. Il taglio dell’Irpef non riguarda i redditi sotto i 28.000 euro, che al Sud sono la regola. Gli aiuti alle famiglie, come vedremo, vanno soprattutto a chi lavora, cioè meno spesso a chi vive dove il lavoro non c’è. Distribuire in proporzione al reddito e all’occupazione significa, nei fatti, allargare il divario che si dichiara di voler ridurre.
L’economia che non si vede
C’è poi una parte dell’economia che sfugge ai controlli: il lavoro nero, le attività non dichiarate al fisco, i traffici illegali. L’Istat non può misurarla direttamente e ne calcola ogni anno una stima. Secondo l’istituto, nel 2024 l’economia non osservata valeva 218,2 miliardi, il 9,9% del Pil. Il solo sommerso arriva a 198,4 miliardi, più di 7 volte la manovra appena approvata. Le unità di lavoro irregolari sono 3.277.000, di cui 2.396.000 lavoratori dipendenti senza un contratto in regola. Il nero cresce soprattutto nei servizi alla persona, dove pesa per il 30,7% del valore aggiunto, e poi in agricoltura e nelle costruzioni.
Chi lavora in nero non ha congedo, non ha bonus, non avrà una pensione. Per la manovra semplicemente non esiste, perché non compare in nessun registro.
Il lavoro degli stranieri
Una parte consistente di questo lavoro, regolare e no, la fanno gli stranieri. Secondo l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro, nel 2025 gli occupati stranieri erano oltre 2,6 milioni, il 10,7% del totale. Sono il 29,8% nei servizi alla persona, il 21,5% in agricoltura, il 19,2% in alberghi e ristoranti, il 17,9% nell’edilizia. Se si contano anche i nati all’estero diventati cittadini italiani, il rapporto «Made in Immigritaly» del Centro studi Confronti stima che nei campi lavorino 430.000 persone, il 42% del settore. A 10 anni dalla legge sul caporalato i sindacati chiedono ancora le stesse cose: controlli contro lo sfruttamento, alloggi decenti, un modo regolare di arrivare nei campi.

Fonte: ministero del Lavoro, XVI Rapporto annuale «Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia».
I lavoratori stranieri sono anche quelli che pagano il prezzo più alto. Pur essendo il 10,7% degli occupati, a loro si riferiscono il 24% delle denunce di infortunio e il 23,1% di quelle per infortunio mortale: 251 morti. E le famiglie composte solo da stranieri sono in povertà assoluta nel 29,4% dei casi, contro il 5,9% di quelle composte solo da italiani.
Il governo che ha fatto del contrasto all’immigrazione uno dei suoi temi principali ha approvato nell’ottobre 2025 un decreto flussi che prevede 497.550 ingressi regolari di lavoratori stranieri tra il 2026 e il 2028. Di questi, 267.000 sono destinati a lavori stagionali, soprattutto nei campi e nel turismo. La contraddizione è evidente. Nei comizi l’immigrato è un problema di ordine pubblico, nei decreti diventa la manodopera senza la quale si fermerebbero l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza agli anziani. A parole lo si respinge, nei fatti lo si assume, spesso alle condizioni peggiori.
Natalità: chi resta fuori dagli aiuti
Se il Paese ha bisogno di tanta manodopera straniera, è anche perché nascono sempre meno bambini e la popolazione in età da lavoro si riduce. Il governo lo sa, e ha fatto della natalità una delle sue priorità dichiarate. Il bonus mamme diventa permanente e viene esteso alle lavoratrici autonome e a quelle a termine. Il congedo parentale pagato all’80% sale da 3 a 4 mesi per il primo figlio, a 5 per il secondo, a 6 dal terzo. I genitori che lavorano potranno chiedere fino a 500 euro al mese, per 3 mesi, per la baby-sitter o il nido.
Poi si leggono i requisiti. Il bonus va solo alle madri che lavorano, con un reddito fino a 40.000 euro, e solo dal secondo figlio: 2 figli se il più piccolo ha meno di 10 anni, oppure almeno 3. Congedo e voucher presuppongono un contratto regolare. La madre di un figlio unico resta senza bonus. Quella che il lavoro non ce l’ha, l’ha perso o lo fa in nero, resta senza niente.
Qui la politica per la famiglia entra in contraddizione con sé stessa. L’Italia ha uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa: secondo Eurostat, nel 2025 lavorava il 58% delle donne tra i 20 e i 64 anni, contro una media europea del 71,3%. E molte il lavoro lo lasciano proprio quando arriva un figlio. Nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha convalidato le dimissioni di 40.628 madri con bambini fino a 3 anni, il 68% di tutti i genitori che si sono dimessi. In circa l’80% dei casi i motivi indicati riguardano l’impossibilità di tenere insieme lavoro e famiglia: la mancanza di parenti a cui affidare i bambini, il posto al nido che non arriva, i costi troppo alti di una baby-sitter. Tra le motivazioni legate alla mancanza di servizi, il 93,7% viene da donne.

Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro, Relazione sulle convalide 2025.
Lo Stato, in sostanza, premia le madri che riescono a restare al lavoro e ignora quelle che hanno dovuto lasciarlo, spesso proprio perché lui non offriva i servizi necessari. Chi è uscita dal mercato del lavoro per mancanza di un nido viene esclusa una seconda volta, al momento degli aiuti. E siccome al Sud le donne lavorano meno, l’esclusione colpisce soprattutto il Mezzogiorno. La manovra sostiene le famiglie che hanno un reddito, almeno due figli e una madre che continua a lavorare. Le altre restano fuori. Una politica che vuole far nascere più bambini lascia senza aiuto proprio il primo figlio.
Lo schema si ripete con i caregiver, che il governo promette da tempo di riconoscere. Sono le persone, quasi sempre familiari, che si occupano ogni giorno di un anziano non autosufficiente o di un parente con una disabilità grave: oltre 7 milioni, secondo le associazioni. Il riconoscimento è affidato a un disegno di legge ancora fermo alla Camera, con circa 250 milioni l’anno. Per averne diritto bisogna convivere con la persona assistita e garantirle almeno 91 ore di assistenza a settimana, cioè 13 ore al giorno. Bisogna poi non lavorare, o guadagnare non più di 3.000 euro lordi l’anno, e avere un Isee familiare fino a 15.000 euro. Il contributo massimo è di 1.200 euro a trimestre. La relazione tecnica del governo prevede 62.333 beneficiari, a fronte di quasi 1,1 milioni di caregiver che dedicano alla cura più di 20 ore a settimana. Più che un riconoscimento sembra un sussidio di povertà estrema, riservato a chi per curare un familiare ha già rinunciato al proprio lavoro.
Madri e caregiver hanno in comune la stessa condizione: svolgono un lavoro di cura che il bilancio non vede e che ricade soprattutto sulle donne. Su quel lavoro gratuito si regge buona parte del welfare italiano. La manovra, come le precedenti, lo dà per scontato.
La povertà che non arretra
Secondo l’Istat, nel 2025 vivevano in povertà assoluta 5,4 milioni di persone, quasi una persona su 10. Le famiglie povere erano oltre 2,1 milioni, circa una su 12. Un piccolo miglioramento rispetto al 2024, nessuna svolta. Il dato che dovrebbe preoccupare di più riguarda chi un lavoro ce l’ha: è povero il 14,3% degli operai.
La manovra non introduce nuove misure contro la povertà. Il Documento programmatico di bilancio rinviava a strumenti già esistenti, come l’Assegno di inclusione esteso e la carta «Dedicata a te».
Il disegno fiscale va nella stessa direzione. L’aliquota Irpef al 33% si applica alla fascia di reddito tra 28.000 e 55.000 euro: chi guadagna meno di 28.000 euro non ottiene alcuno sconto. L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che il sistema tributario sia «informato a criteri di progressività»: chi ha di più dovrebbe contribuire in proporzione di più. Nei fatti quel principio si è svuotato. Gli affitti hanno la cedolare secca, i redditi da capitale un’aliquota fissa del 26%, e i grandi patrimoni non conoscono un’imposta generale. Ogni manovra, compresa questa, allarga le eccezioni. Ai più poveri la manovra lascia solo gli strumenti di assistenza già esistenti, selettivi e condizionati: un aiuto riservato a una categoria, non un diritto riconosciuto a tutti.
La scuola assente
Nel comunicato del governo la parola scuola compare una volta sola, alla voce efficientamento energetico degli edifici pubblici. Nulla per gli stipendi, nulla per il precariato, nulla per la carenza di personale, come i lavoratori del settore avevano denunciato già prima del Consiglio dei ministri. L’opposizione annuncia battaglia in Parlamento.
Gli edifici, del resto, sono un problema serio, e non solo per le bollette. Tra settembre 2025 e agosto 2026 Cittadinanzattiva ha contato 68 crolli nelle scuole italiane, tra calcinacci, controsoffitti, tetti e infissi caduti, con 12 feriti: 8 studenti e 4 operai. Il 44% degli edifici scolastici si trova in zone ad alta sismicità, il 19% in aree a pericolosità idraulica, 5.113 in aree a rischio frana. Solo il 7,4% ha un impianto di climatizzazione o di ventilazione, in un Paese dove il caldo ormai arriva a giugno e torna a settembre. Nel 2025 gli infortuni a scuola sono stati 80.871, il 3,8% in più dell’anno prima.
Sulla dispersione, va detto, il governo ha un risultato da esibire. Nel 2025 la quota di giovani che lasciano la scuola prima del diploma è scesa all’8,2%, per la prima volta sotto la media europea del 9,1%. Ma quel numero conta solo chi se ne va. Non dice nulla di chi resta senza imparare: la dispersione implicita, cioè la quota di diplomati che non raggiunge le competenze attese, secondo l’Invalsi è risalita nel 2025 dal 6,6% all’8,7%. In matematica gli studenti del Sud e delle Isole restano 27 punti sotto quelli del Nord-Ovest. Si trattengono più ragazzi in classe, ma non sempre si riesce a insegnare loro qualcosa.
Poi c’è il conto, che l’articolo 34 della Costituzione vorrebbe a carico dello Stato e che finisce invece sulle famiglie. Secondo Federconsumatori, nel 2026 il corredo costa in media 673,60 euro per studente, e libri e dizionari altri 545,66. Per un ragazzo che entra in prima superiore si arriva a 1.478,75 euro. Con 2 o 3 figli è un piccolo stipendio. La legge di bilancio 2026 aveva previsto un fondo da 20 milioni l’anno per i libri delle famiglie con Isee fino a 30.000 euro. A settembre mancava ancora il decreto attuativo, senza il quale quei soldi restano dove sono. Il Forum delle associazioni familiari chiede una detrazione del 19% sui libri e, in prospettiva, la loro gratuità nella scuola dell’obbligo. Lo chiede, per la cronaca, al governo che ha fatto della famiglia la sua bandiera.

Fonte: stime Federconsumatori (2 settembre 2026).
Un bilancio che programma la spesa militare fino al 2035 e non trova risorse per mettere in sicurezza gli edifici, stabilizzare i precari, pagare meglio chi insegna, aiutare le famiglie a sostenere il costo dei libri e garantire a tutti gli studenti le competenze di base dice molto sulle priorità di chi lo ha scritto. Eppure è a scuola che un Paese prepara le generazioni che lo governeranno tra 20 anni.
La politica dei simboli
Quando la sostanza scarseggia, restano i simboli. È il terreno su cui questa maggioranza si muove meglio: leggi pensate per colpire l’opinione pubblica più che per migliorare le condizioni di vita delle persone.
Il primo di questi terreni è la sicurezza. In 4 anni il governo ha approvato almeno 8 provvedimenti: il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro contro gli scafisti, il decreto Caivano contro le baby gang, il pacchetto sicurezza del 2025, il decreto di febbraio 2026 su coltelli e Daspo urbano, i due disegni di legge di luglio, infine il decreto cortei di ottobre. Già a giugno 2025, secondo il Servizio studi del Senato, gli interventi penali erano 28 tra nuovi reati e nuove aggravanti: dal blocco stradale con il proprio corpo all’occupazione di case, dalle proteste negli edifici pubblici alla resistenza passiva in carcere. Ne è stato abolito uno solo, l’abuso d’ufficio. A inizio anno la stessa Meloni ha ammesso di non aver ottenuto sulla sicurezza «risultati soddisfacenti». Viene il sospetto che a questi decreti si chieda soprattutto di tenere il tema al centro del dibattito, più che di risolverlo.
Lo stesso meccanismo vale per i diritti. Nel 2024 la maternità surrogata è diventata «reato universale», perseguibile anche se commessa in Paesi dove è legale: una norma che molti giuristi ritengono di fatto inapplicabile. Nel novembre 2025 il Parlamento ha introdotto il reato di femminicidio, punito con l’ergastolo. Molti esperti hanno avvertito che, senza fondi per la prevenzione, servirà a poco. I giuristi lo chiamano populismo penale: rispondere a un problema sociale con una pena più severa, che si annuncia facilmente e non costa nulla, invece che con politiche che richiederebbero risorse e tempo.
I problemi che non si risolvono con una legge penale, invece, hanno bisogno di soldi: asili, centri antiviolenza, infermieri, insegnanti, ispettori del lavoro che controllino cantieri e campi. E nella manovra, come si è visto, trovano poco spazio. Poco spazio trova anche la causa di cui il governo parla meno, la guerra. Con la ripresa dei raid americani in Iran il prezzo del gas europeo ha toccato il livello più alto dal 2023, e nello Stretto di Hormuz sono rimaste bloccate anche navi mercantili italiane. Il carovita che in queste settimane riempie le piazze viene anche da lì.
La spesa militare non è un obbligo
Il governo presenta l’obiettivo del 5% come un obbligo, un impegno con gli alleati su cui non si discute. Non è proprio così, e lo dimostra la Spagna. Nel giugno 2025, alla vigilia del vertice dell’Aja, il governo di Pedro Sánchez ha ottenuto di restare fuori dall’obiettivo, impegnandosi a spendere il 2,1% del Pil. Sánchez ha spiegato che il 5% era incompatibile con il mantenimento dello Stato sociale spagnolo. La Spagna, a quanto risulta, è ancora nella Nato.
I numeri aiutano a capire perché la discussione andrebbe fatta. Passare dai circa 45 miliardi di euro di oggi ai 145 del 2035 vuol dire trovare circa 100 miliardi in più ogni anno: quasi 4 manovre come quella appena approvata. Lo scarto della sanità stimato dal Gimbe per i prossimi 3 anni è di 32,3 miliardi. Cittadinanzattiva chiede 3 miliardi in 3 anni per mettere in sicurezza le scuole. Accanto alla cifra della difesa, sembrano spiccioli.
La sicurezza di un Paese non si misura in caccia e munizioni. Si misura nella tenuta della sua società. Un Paese in cui 5,8 milioni di persone rinunciano a curarsi, in cui i soffitti cadono nelle aule e i salari perdono valore ogni anno è più fragile anche davanti a una minaccia esterna. Un riarmo pagato con l’austerità sociale rischia di produrre proprio quello che dice di voler evitare: cittadini sfiduciati, istituzioni senza credito, piazze in rivolta.
I governi europei, compreso il nostro, avrebbero gli strumenti per negoziare un’altra strada. Se Bruxelles ha accettato di sottrarre la spesa militare alle regole del Patto di stabilità, nulla impedisce di chiedere la stessa flessibilità per ospedali, scuole ed edilizia pubblica. È una battaglia politica, non tecnica, e finora nessuno l’ha combattuta con convinzione. Accettare senza discutere una spesa di queste dimensioni nel mezzo di una crisi sociale così profonda viene presentato come senso di responsabilità verso gli alleati. Somiglia piuttosto a una rinuncia a decidere le priorità del proprio Paese.
Le obiezioni
Il governo e chi lo sostiene rispondono alle critiche con alcuni argomenti. Il primo è il contesto internazionale: la guerra in Ucraina e la crisi di Hormuz avrebbero cambiato le priorità di tutti i 32 Paesi della Nato. Il secondo è la deterrenza: secondo questa tesi, solo un Paese capace di difendersi può permettersi di mantenere il suo Stato sociale. Il terzo riguarda la destinazione dei fondi: una parte, assicura Meloni, andrà all’industria nazionale e alla sicurezza interna. Il quarto riguarda i decreti sicurezza: la maggioranza presenta i nuovi reati e le pene più severe come la risposta a una richiesta di protezione dei cittadini che la politica avrebbe ignorato per anni. Infine c’è l’argomento europeo: il deficit aggiuntivo per la difesa è concesso dall’Ue con una clausola specifica, e non si può spostare su ospedali o scuole.
Quest’ultimo argomento merita una risposta precisa. È vero che il deficit concesso per la difesa non si può usare per la sanità o l’istruzione. Ma questa regola è il risultato di una decisione politica: l’hanno approvata i governi europei, Italia compresa, scegliendo di concedere la flessibilità alle armi e non agli ospedali. Il governo non può quindi presentare come un vincolo esterno una scelta che ha contribuito a prendere.
Quale sicurezza
Resta la domanda politica, a cui nessuna regola europea può rispondere al posto nostro: quale idea di sicurezza riesce a tenere insieme i carri armati, le liste d’attesa e le buste paga.
In questi anni la parola si è ristretta parecchio. Sicurezza vuol dire confini, ordine nelle piazze, pene più severe. Quasi mai vuol dire potersi curare, arrivare a fine mese, non morire in un cantiere o in un campo di pomodori, mandare i figli in una scuola dove il soffitto regge, tenersi il lavoro dopo la nascita di un figlio, non dover lasciare Taranto o Palermo per trovarne uno. Eppure è questa la sicurezza che decide, per milioni di persone, se il futuro faccia paura o no. Lo hanno ricordato le piazze contro il carovita di queste settimane. Lo ricorderà lo sciopero generale del 30 ottobre, convocato contro l’aumento dei prezzi e delle spese militari.
Una democrazia può decidere di armarsi. Deve però avere il coraggio di dirlo, e di dire a che cosa rinuncia per farlo. Adesso tocca al Parlamento, che ha tempo fino al 31 dicembre.

