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Come si vota negli Stati Uniti

di Silvia Minguzzi · · aggiornato il 28 ottobre 2026

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Martedì 3 novembre 2026 gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato: tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatori. Ma chiamarlo “giorno delle elezioni” è ormai quasi un errore: al 22 ottobre avevano già votato almeno 19 milioni di persone.

Per un lettore italiano il sistema statunitense sembra un labirinto. Il motivo è uno solo: non esiste una legge elettorale nazionale. La Costituzione affida l’organizzazione del voto ai singoli Stati, e gli Stati spesso la delegano alle contee. Il risultato sono cinquanta sistemi diversi, più quello di Washington DC, tenuti insieme da poche regole federali. Proviamo a mettere ordine.

Chi può votare

Può votare chi ha la cittadinanza statunitense, ha compiuto 18 anni entro il giorno del voto e risiede nello Stato in cui vota. Chi non è cittadino, anche se residente regolare con la green card, non può votare nelle elezioni federali.

Per il Senato non c’è nessun limite di età aggiuntivo: chi vota per la Camera vota anche per il Senato. Vale la pena ricordare che oggi è così anche in Italia: la riforma costituzionale del 2021 ha abbassato da 25 a 18 anni l’età per eleggere il Senato, e le politiche del 2022 sono state le prime con un elettorato unico. I limiti di età restano invece per chi si candida: negli Stati Uniti 25 anni per la Camera e 30 per il Senato; in Italia 25 per la Camera e 40 per il Senato.

La vera differenza è il voto di chi ha una condanna penale. Ogni Stato decide da sé: in Maine, Vermont e a Washington DC si vota anche dal carcere; nella maggior parte degli Stati il diritto torna a fine pena; in alcuni può restare sospeso a lungo, a volte per sempre per certi reati.

La registrazione: niente tessera elettorale

Negli Stati Uniti non esiste un’anagrafe nazionale né una tessera elettorale che arriva a casa in automatico. Per votare bisogna essere iscritti alle liste del proprio Stato, cioè registrarsi.

Non bisogna farlo ogni anno. Ci si registra una volta e l’iscrizione resta valida finché si vive allo stesso indirizzo; chi trasloca deve aggiornarla. Gli Stati però “puliscono” periodicamente le liste, e chi non vota per diversi anni può essere spostato tra gli inattivi o cancellato dopo una serie di avvisi.

Anche qui ogni Stato fa a modo suo:

  • in circa metà degli Stati la registrazione è automatica quando si rinnova la patente o si ha a che fare con certi uffici pubblici, a meno che non si rifiuti;
  • molti Stati, tra cui il Colorado, permettono di registrarsi lo stesso giorno in cui si vota; altri chiudono le iscrizioni fino a un mese prima;
  • il North Dakota è un caso unico: lì la registrazione non esiste.

In molti Stati, al momento dell’iscrizione si dichiara anche un partito. Non è un’adesione: serve soprattutto per partecipare alle primarie di quel partito. È grazie a questo dato che oggi possiamo dire quanti registrati democratici e repubblicani hanno già votato.

Il voto per posta

Il voto per posta esiste in tutti gli Stati: l’elettore riceve la scheda a casa, la compila, la firma sulla busta e la rispedisce o la deposita in un’urna apposita (le drop box). Le differenze stanno in chi può usarlo.

In ogni caso la legge federale garantisce il voto per posta ai militari e ai cittadini all’estero.

Chi è in ospedale o in una casa di riposo

Negli Stati Uniti non esiste il seggio speciale che in Italia raccoglie il voto nei luoghi di cura: anche qui la scheda non arriva in automatico, salvo negli Stati tutto per posta, dove però arriva all’indirizzo di casa. Chi sa in anticipo di essere ricoverato chiede la scheda postale; la malattia è una motivazione accettata ovunque.

Chi viene ricoverato all’improvviso, dopo la scadenza per chiedere la scheda, può usare il voto d’emergenza, previsto in 39 Stati secondo uno studio del 2021. Le regole cambiano molto: in alcuni Stati solo un familiare può portare e riportare la scheda, in California e New York possono aiutare anche il personale e i volontari dell’ospedale, e in circa 18 Stati è l’ufficio elettorale a mandare un funzionario al letto del paziente.

Nelle case di riposo diversi Stati inviano squadre bipartisan, l’equivalente più vicino al nostro seggio volante. In Wisconsin sono gli special voting deputies, di solito un repubblicano e un democratico, che assistono i residenti nel voto per posta; squadre simili esistono in Ohio e North Carolina. Proprio il voto nelle case di riposo è diventato terreno di scontro dopo il 2020, quando in Wisconsin la pandemia tenne fuori queste squadre e i repubblicani denunciarono possibili pressioni sui residenti.

Le scadenze cambiano da Stato a Stato. Nella maggior parte la scheda deve arrivare entro la chiusura dei seggi; in 14 Stati e a Washington DC vale il timbro postale del giorno del voto, e la scheda viene contata se arriva nei giorni successivi. Il 29 giugno 2026 la Corte Suprema, con la sentenza Watson v. Republican National Committee (5 a 4), ha confermato che questi “periodi di grazia” sono legittimi, contro la posizione dell’amministrazione Trump.

Il voto postale resta il terreno di scontro politico più acceso. Un ordine esecutivo di Trump del 31 marzo 2026 ha chiesto alle Poste di consegnare schede solo agli elettori inseriti in liste approvate e con codici a barre individuali. I tribunali hanno bloccato la regola, e a settembre la Corte Suprema ha lasciato in piedi il blocco per queste elezioni: secondo il giudice Kavanaugh, gli Stati non avrebbero avuto il tempo di adeguarsi.

Early voting e fino a quando si vota

Early voting vuol dire voto anticipato di persona: nei giorni o nelle settimane prima del 3 novembre si va in un seggio aperto apposta (spesso biblioteche, municipi, centri civici) e si vota come il giorno delle elezioni. È diverso dal voto per posta, anche se nei conteggi giornalisticamente si sommano i due sotto la voce “voto anticipato”.

Lo offrono a tutti 47 Stati più Washington DC; restano fuori Alabama, Mississippi e New Hampshire, dove si vota prima solo per posta e con una motivazione. La durata varia da 3 a 46 giorni. In Texas, per esempio, si vota in anticipo da lunedì 19 ottobre a venerdì 30 ottobre; in Oklahoma solo da sabato 24 a sabato 31 ottobre.

Il voto si chiude martedì 3 novembre. I seggi chiudono tra le 18 e le 21 ora locale, e chi è in fila all’orario di chiusura ha diritto a votare. Con sei fusi orari, i primi seggi della costa est chiudono intorno alla mezzanotte italiana; gli ultimi, in Alaska e alle Hawaii, verso le 6 del mattino di mercoledì 4 novembre, ora italiana.

E quanti votano prima? Nel 2024 hanno votato in anticipo 85,9 milioni di persone, circa metà dei votanti. Nel 2016 più del 60% votava ancora il giorno delle elezioni; nel 2024 erano circa il 45%.

Come ci si identifica al seggio

Negli Stati Uniti non esiste una carta d’identità nazionale, e quindi non esiste una regola unica. Circa tre Stati su quattro chiedono un documento, ma con rigidità diverse: alcuni vogliono un documento con foto (patente, passaporto, tessera militare o universitaria), altri accettano anche una bolletta o un estratto conto con nome e indirizzo.

Negli altri Stati basta dichiarare nome e indirizzo e firmare il registro: la firma viene confrontata con quella depositata al momento dell’iscrizione. Lo stesso controllo di firma si fa sulle buste del voto per posta.

Se qualcosa non torna, per esempio il nome non compare nelle liste o manca il documento richiesto, non si viene mandati a casa: si vota con una scheda “provvisoria”, che viene contata solo dopo una verifica nei giorni successivi.

Il caso New Hampshire e le tessere universitarie

La battaglia sui documenti è uno dei fronti più caldi di queste elezioni, e il New Hampshire ne è il simbolo. Dopo una legge entrata in vigore subito dopo le presidenziali del 2024, lì il documento è obbligatorio senza eccezioni: non si può più firmare una dichiarazione giurata al posto della carta d’identità, e chi si presenta senza viene rimandato a prenderla.

Nel 2026 lo Stato ha fatto un passo in più: una nuova legge ha tolto le tessere scolastiche e universitarie dall’elenco dei documenti accettati, e il segretario di Stato le ha escluse anche come prova di riserva. A inizio ottobre un giudice federale aveva lasciato in piedi la legge ma bloccato questa interpretazione più severa. Giovedì 22 ottobre 2026 la Corte Suprema ha accolto il ricorso d’urgenza dello Stato, sostenuto dal Comitato nazionale repubblicano, invocando il principio per cui i giudici non devono cambiare le regole troppo a ridosso del voto; solo la giudice Ketanji Brown Jackson ha espresso pubblicamente il suo dissenso.

Il risultato è che martedì 3 novembre tutti gli elettori del New Hampshire dovranno mostrare un documento rilasciato dallo Stato o dal governo federale. I repubblicani sostengono che le tessere studentesche siano facili da falsificare; gli oppositori rispondono che non esistono casi di frode di questo tipo e che la regola colpisce i giovani, spesso senza patente né passaporto. Il New Hampshire non è solo: altri Stati, come l’Indiana, hanno già escluso le tessere universitarie.

La spinta arriva anche dalla Casa Bianca. Ad agosto 2025 Trump aveva annunciato su Truth Social un ordine esecutivo per imporre un documento d’identità per ogni voto, “senza eccezioni”. Ma sulle elezioni la Costituzione dà la parola agli Stati, e i tribunali lo hanno ricordato più volte: giovedì 28 maggio 2026 un giudice federale ha bocciato la legge del New Hampshire che imponeva ai nuovi iscritti di presentare un documento cartaceo che provasse la cittadinanza, ripristinando la possibilità di attestarla con una dichiarazione giurata.

Niente silenzio elettorale

Negli Stati Uniti il silenzio elettorale non esiste. Spot televisivi, comizi, messaggi e telefonate continuano fino all’ultimo minuto, anche il giorno del voto: il Primo Emendamento protegge il discorso politico in modo quasi assoluto, e un divieto all’italiana verrebbe considerato incostituzionale.

L’unico limite è fisico: intorno ai seggi c’è una fascia di rispetto, spesso di una trentina di metri, in cui è vietato fare propaganda o fermare gli elettori; la distanza esatta la decide ogni Stato. Non c’è nemmeno un tetto alle spese: i super PAC possono raccogliere e spendere cifre illimitate, purché non coordinino le attività con i candidati. Solo MAGA Inc., il super PAC legato a Trump, ha dichiarato spese per quasi 277 milioni di dollari in vista del voto.

Lo scrutinio: chi conta e quanto ci vuole

In Italia lo spoglio lo fanno a mano gli scrutatori, seggio per seggio, e la notte stessa si ha un quadro quasi definitivo. Negli Stati Uniti lo fanno gli uffici elettorali delle contee, oltre tremila, con regole statali. Quasi ovunque si vota su scheda di carta, segnata a penna e letta da uno scanner ottico; la carta resta come prova per riconteggi e verifiche a campione.

La notte del 3 novembre arrivano solo risultati non ufficiali. A “chiamare” i vincitori non è lo Stato ma i media, in primo luogo l’Associated Press, quando il margine è ormai incolmabile. Nelle gare combattute possono servire giorni.

La velocità dipende soprattutto da come ogni Stato tratta il voto per posta:

  • Stati come Florida e Arizona possono aprire e preparare le buste settimane prima, e la sera del voto pubblicano subito gran parte dei risultati;
  • Pennsylvania e Wisconsin possono iniziare solo la mattina del giorno del voto, e i conteggi vanno avanti fino a notte fonda o al giorno dopo;
  • gli Stati con il periodo di grazia, come California e Nevada, continuano a ricevere schede valide nei giorni successivi: in California il conteggio completo richiede settimane.

Per questo i risultati possono “spostarsi” dopo la notte elettorale: le schede di persona e quelle postali non votano allo stesso modo. Non è un segnale di brogli, ma una conseguenza delle regole.

Il risultato diventa ufficiale con la certificazione, che ogni Stato completa nelle settimane successive. Diversi Stati prevedono un riconteggio automatico quando lo scarto è minimo, spesso sotto lo 0,5%.

La Casa Bianca e il voto

Nelle ultime settimane la Casa Bianca si muove su due binari: Trump spinge i propri elettori alle urne, anche per posta, mentre la sua amministrazione moltiplica le iniziative di controllo sul voto. L’amministrazione le presenta come lotta ai brogli; critici e tribunali le giudicano, almeno in parte, un ostacolo per chi vuole votare.

Mobilitare i propri elettori

Dopo che la Corte Suprema ha respinto il suo tentativo di limitare il voto postale, Trump gira il Paese invitando i repubblicani a votare in anticipo e per posta. La svolta ha una ragione precisa: i sondaggi mostrano democratici più motivati. Non è la prima volta: già nel 2024 aveva fatto lo stesso, dopo mesi passati a denigrare il voto per posta.

Alla prima convention repubblicana di metà mandato, a Dallas il 10 settembre 2026, Trump ha chiesto alla platea di alzare la mano e giurare che avrebbe votato, e ha promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni adulto se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso.

Controllo del voto e liste elettorali

  • Osservatori federali. Il Dipartimento di Giustizia si prepara a mandare circa 1.000 osservatori il 3 novembre, contro i 289 del 2022 e i 714 del 2024. Per il Dipartimento servono a garantire trasparenza, sicurezza delle schede e rispetto della legge federale; per la NAACP rischiano di intimidire gli elettori e di interferire con le operazioni di voto.
  • Agenti dell’ICE ai seggi. I segnali sono stati contraddittori. Secondo un sondaggio dell’Università di San Diego, il 40% degli statunitensi ritiene probabile vedere agenti dell’immigrazione ai seggi, e un terzo dice che la loro presenza ridurrebbe la fiducia nel voto. In una riunione con i funzionari elettorali degli Stati, però, un incaricato di Trump al Dipartimento della Sicurezza interna ha assicurato che gli agenti non saranno ai seggi. La legge federale, del resto, limita fortemente la presenza di agenti armati.
  • La caccia agli elettori non cittadini. A inizio ottobre un giudice federale ha impedito al Dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali degli Stati per cercare elettori non cittadini. In California l’amministrazione ha fatto causa per far mettere da parte fino a 20.000 schede che potrebbero essere state spedite a non cittadini; secondo il procuratore generale dello Stato, l’amministrazione ha già perso 26 cause per ottenere le liste elettorali complete. In Pennsylvania il Dipartimento della Sicurezza interna parlava di oltre 14.000 non cittadini iscritti, ma i procuratori ne hanno incriminati solo nove.

Il bilancio, a undici giorni dal voto, è che le iniziative federali più incisive sono state in gran parte fermate dai tribunali: la regola delle Poste sul voto per posta, l’obbligo di provare la cittadinanza previsto dall’ordine esecutivo, l’accesso alle liste elettorali. L’eccezione più vistosa a favore della linea repubblicana è la decisione sulle tessere studentesche del New Hampshire.

I numeri al 23 ottobre: cosa ci dice il voto anticipato

Il voto anticipato corre molto più veloce rispetto alle ultime elezioni di metà mandato, ma resta sotto il ritmo delle presidenziali. Nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre avevano già votato almeno 19 milioni di persone, secondo l’Election Lab dell’Università della Florida diretto da Michael McDonald.

Il confronto con il 2022 è il più utile, perché un’elezione di metà mandato si confronta con un’altra. E negli Stati dove si decide il controllo del Senato, oggi 53 a 47 per i repubblicani, la crescita è netta.

In Texas, dove il democratico James Talarico sfida il repubblicano Ken Paxton, nella sola contea di Harris (Houston) sono stati battuti tre record consecutivi di affluenza per un midterm. In Kansas, uno Stato vinto da Trump con 16 punti di scarto, il voto anticipato è più che raddoppiato. Michigan e Georgia sono in linea con il 2022, che per entrambi era stato un anno record. Anche qui in Colorado, secondo il tracker Call the Map, le schede già restituite sono l’82% in più rispetto allo stesso punto del 2022.

Chi sta votando

I numeri dicono anche chi vota, almeno negli Stati che registrano l’appartenenza di partito. Secondo un’analisi di ABC News sui dati della società L2, i democratici registrati o stimati tali pesano sul voto anticipato più che nel 2024 in quasi tutti gli Stati esaminati, tranne Alaska e Michigan. In Georgia e Iowa l’elettorato anticipato è circa 18 punti più democratico rispetto allo stesso momento del 2024. I sondaggi vanno nella stessa direzione: per ABC News/Washington Post/Ipsos il 72% dei democratici è certo di votare, contro il 65% dei repubblicani.

Perché non bisogna correre alle conclusioni

  • Registrazione non è voto. Un democratico registrato può votare repubblicano e viceversa; nessuna scheda è ancora stata contata.
  • I repubblicani votano più tardi. Secondo il Pew Research Center, nel 2024 i democratici erano avanti di 24 punti tra chi votava per posta, mentre i repubblicani erano avanti di 14 punti nel voto anticipato di persona e di 16 il giorno delle elezioni.
  • Votano soprattutto i soliti. In Michigan, al 19 ottobre, il 90% di chi aveva già votato aveva partecipato ad almeno tre delle ultime quattro elezioni; i nuovi elettori erano appena l’1,3%.
  • Cambiano le regole. L’Ohio, per esempio, ha abolito il periodo di grazia per le schede postali, spingendo gli elettori a votare prima. E l’Iowa mostra che volume e composizione possono andare in direzioni opposte: meno voti del 2022, ma un elettorato più democratico.

In sintesi, i numeri ci dicono tre cose: l’interesse per questo voto è alto, l’entusiasmo sembra pendere dalla parte democratica, e la partita in Stati considerati sicuri per i repubblicani, come Texas e Kansas, è più aperta del previsto. Ma il voto anticipato misura la partecipazione, non il risultato: quello lo deciderà chi vota martedì 3 novembre.

Fonti