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SAVE America Act: la legge che Trump vuole e il Senato non gli dà

di Silvia Minguzzi · · aggiornato il 28 ottobre 2026

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Prova di cittadinanza per registrarsi, documento con foto per votare, meno voto per posta. È la priorità legislativa numero uno di Donald Trump per il 2026. La Camera l’ha approvata più volte, il Senato l’ha bocciata almeno sei volte. A una settimana dalle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre, ecco da dove nasce, cosa prevede, chi la sostiene, chi la combatte, e cosa può succedere dopo il voto.

Da dove nasce l’idea

SAVE è l’acronimo di Safeguard American Voter Eligibility, “tutelare l’idoneità degli elettori”. L’idea non nasce nel 2026. La prima versione, il SAVE Act, viene presentata nel maggio 2024 dal deputato texano Chip Roy, esponente del Freedom Caucus, l’ala più dura dei repubblicani alla Camera. Al Senato la porta avanti Mike Lee, senatore dello Utah. Trump la promuove già in campagna elettorale, con una conferenza stampa a Mar-a-Lago.

Il principio di partenza: oggi chi si registra per votare alle elezioni federali dichiara, sotto giuramento e con sanzioni penali per chi mente, di essere cittadino statunitense. Non deve però presentare un documento che lo dimostri. Per i promotori è una falla da chiudere. Va ricordato che il voto dei non cittadini alle elezioni federali è già un reato, punito con multe, carcere ed espulsione.

Mercoledì 10 luglio 2024 la Camera approva il primo SAVE Act con 221 voti contro 198. Il Senato, allora a maggioranza democratica, non lo prende in considerazione, e Joe Biden annuncia il veto. Giovedì 10 aprile 2025, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, la Camera lo riapprova: 220 a 208. Anche stavolta il Senato non lo mette in calendario.

Nel frattempo Trump tenta la via amministrativa. Con un ordine esecutivo di martedì 25 marzo 2025 chiede che il modulo federale di registrazione richieda la prova documentale della cittadinanza. I giudici federali ne bloccano le parti principali.

Giovedì 29 gennaio 2026 Roy e Lee presentano la versione rafforzata, il SAVE America Act. Al requisito della prova di cittadinanza aggiungono l’obbligo di un documento d’identità con foto per votare.

Cosa prevede la legge

  • Prova documentale di cittadinanza (passaporto, certificato di nascita, documenti di naturalizzazione) per registrarsi al voto federale o aggiornare la propria registrazione, da presentare di persona. Di fatto, finirebbero la registrazione per posta, quella online e le campagne di registrazione porta a porta.
  • Documento con foto rilasciato dal governo per votare di persona, e copia del documento sia per richiedere sia per restituire la scheda per posta.
  • Liste elettorali da confrontare con le banche dati federali, compreso il sistema SAVE del Dipartimento per la Sicurezza Interna, per cancellare i non cittadini.
  • Sanzioni penali per i funzionari elettorali che registrano qualcuno senza la documentazione richiesta, anche se quella persona è in realtà cittadina.

Un dettaglio poco noto: la maggior parte delle patenti, comprese le REAL ID, non indica la cittadinanza. Non basterebbero quindi per registrarsi.

Il fine secondo Trump

Per Trump il SAVE America Act serve a fare in modo che “solo i cittadini votino”. Lo inquadra nella sua narrativa, mai dimostrata, di brogli diffusi. Nel discorso sullo Stato dell’Unione di martedì 24 febbraio 2026 lo definisce una legge che “salva il Paese”. Ai deputati repubblicani riuniti in Florida dice che approvarla “garantirà le elezioni di metà mandato” e che il partito vincerà “ogni elezione per molto tempo”. Ad agosto, in un discorso pubblico, sostiene che l’unico motivo per opporsi è voler barare.

La Casa Bianca riassume la linea così: “aggiustiamo le cose adesso, o perdiamo il nostro Paese”. Il presidente ha spesso chiesto anche altro rispetto al testo approvato dalla Camera: lo stop quasi totale al voto per posta, salvo militari, malati, persone con disabilità e chi è in viaggio, e norme sulle persone transgender nello sport che nel disegno di legge non ci sono.

Per ottenerla, Trump ha messo in campo una pressione senza precedenti:

  • Domenica 8 marzo 2026 annuncia su Truth Social che non firmerà nessun’altra legge finché questa non passa, “e non la versione annacquata”. In un’intervista a NBC aggiunge che sarebbe pronto a far chiudere il governo per questo.
  • Mercoledì 24 giugno 2026 annulla la cerimonia di firma della legge bipartisan sulla casa (ROAD to Housing Act) “fino a quando non passerà il SAVE America Act”, che definisce un’«emergenza nazionale”.
  • Lega la legge al rinnovo dei poteri di sorveglianza FISA e ai fondi per la Sicurezza Interna. Chiede di cancellare la pausa estiva del Senato e di licenziare la parlamentarista del Senato.
  • Chiede soprattutto, a ripetizione, di abolire il filibustering, la regola che al Senato richiede 60 voti su 100 per chiudere il dibattito e arrivare al voto finale.

Quante volte è stata votata, e come

Alla Camera la legge, in una forma o nell’altra, è sempre passata, ma di misura. Il primo SAVE Act viene approvato mercoledì 10 luglio 2024 con 221 voti contro 198, cinque dei quali democratici. Giovedì 10 aprile 2025 arriva il bis: 220 a 208, con quattro democratici a favore. Mercoledì 11 febbraio 2026 tocca al SAVE America Act, approvato 218 a 213. L’unico democratico a votare sì è Henry Cuellar del Texas.

In estate la Camera prova a forzare la mano al Senato. Martedì 30 giugno 2026 la regola per agganciare la legge al bilancio della Difesa (NDAA) viene bocciata 198 a 224. Quattordici repubblicani votano contro perché vogliono un testo ancora più duro. Mercoledì 22 luglio 2026 il secondo tentativo riesce: la NDAA passa 216 a 212 con il SAVE America Act allegato. Lo stesso giorno la Camera approva, 216 a 214, un quadro di bilancio con 10 miliardi di dollari di incentivi per gli Stati che adottano il documento con foto e la prova di cittadinanza.

Al Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi su 100 e servono 60 voti per superare il filibustering, la legge non è mai passata. Martedì 17 marzo 2026 la mozione per aprire il dibattito ottiene 51 sì e 48 no. Seguono settimane di discussione in aula, che si chiudono senza un voto sulla legge. Giovedì 26 marzo un emendamento sul documento con foto viene respinto 53 a 47, in un voto di schieramento.

Poi i repubblicani tentano la porta di servizio della manovra di bilancio. Giovedì 23 aprile l’emendamento del senatore John Kennedy cade 48 a 50. Giovedì 4 giugno l’emendamento di Lindsey Graham alla legge sui fondi per ICE e Border Patrol finisce con lo stesso risultato, 48 a 50. Nella stessa seduta cade anche la versione di Mike Lee, 50 a 49, lontana dai 60 voti necessari.

Le ultime due prove riguardano solo il documento con foto. Nella notte tra venerdì 7 e sabato 8 agosto la legge del senatore Jon Husted si ferma a 52 sì. Martedì 29 settembre i repubblicani allegano lo stesso obbligo al divieto di compravendita di azioni per i parlamentari: la proposta viene bloccata 53 a 47.

Il dato politicamente più rilevante: ad aprile e a giugno i repubblicani non hanno raggiunto nemmeno la maggioranza semplice. Quattro di loro hanno votato con i democratici.

Perché non si aggira il filibustering con la “riconciliazione di bilancio”, la procedura che richiede solo 51 voti? Perché vale solo per misure con un impatto diretto sul bilancio. La parlamentarista del Senato ha stabilito che le norme del SAVE America Act sono regole elettorali, non voci di spesa. Da qui il ripiego sui 10 miliardi di incentivi agli Stati, che però non obbligherebbe nessuno e richiederebbe anni per avere effetto.

Chi è a favore e perché

  • Trump e la Casa Bianca: è la sua priorità, e ne fa una questione di sicurezza nazionale e di fiducia nel voto.
  • I promotori, Chip Roy e Mike Lee, e il presidente della Camera Mike Johnson: “serve un documento per guidare, per aprire un conto in banca, per comprare un farmaco per il raffreddore, perché il voto dovrebbe essere diverso?”. Lee usa questa analogia: il voto dei non cittadini è già illegale, ma lo è anche attraversare il confine senza permesso, eppure succede.
  • L’ala più dura del Senato: John Kennedy, Ron Johnson, Rick Scott, Eric Schmitt. Chiedono di abolire il filibustering o di forzare l’approvazione attraverso il bilancio.
  • Il leader della maggioranza al Senato, John Thune, sostiene il contenuto, “politiche di buon senso”, ma difende il filibustering e ripete che “non ci sono i numeri”.
  • L’opinione pubblica: l’obbligo di un documento con foto ai seggi gode di un consenso ampio, anche tra gli elettori democratici. È l’argomento più forte dei sostenitori. Trump parla di “un tema all’88%”.

Chi è contro e perché

  • Tutti i senatori democratici e indipendenti. Per il leader Chuck Schumer la legge ricorda le leggi Jim Crow, quelle che nel Sud segregazionista tenevano gli elettori neri lontani dalle urne. Per il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, “non riguarda l’identificazione degli elettori, riguarda la soppressione del voto”.
  • Quattro senatori repubblicani: Lisa Murkowski (Alaska), Susan Collins (Maine), Thom Tillis (North Carolina) e Mitch McConnell (Kentucky). Murkowski sostiene che creerebbe barriere in uno Stato vasto e rurale come l’Alaska. Tillis, che non si ricandida, dice che la legge è “morta” e che insistere è “teatro”: anche se passasse, non si potrebbe applicare in tempo. In North Carolina, ricorda, per introdurre il documento d’identità ci volle un anno.
  • Le contee e i funzionari elettorali. La National Association of Counties denuncia obblighi nuovi senza fondi e il rischio di cause civili e sanzioni penali per chi gestisce le liste.
  • Le organizzazioni per i diritti di voto e i centri di ricerca. Il Brennan Center stima che circa 21,3 milioni di cittadini maggiorenni non abbiano a portata di mano passaporto o certificato di nascita. Il Bipartisan Policy Center, che pure condivide l’obiettivo, arriva a circa 28 milioni. FactCheck.org avverte che queste cifre non equivalgono a persone respinte ai seggi. Solo circa metà degli adulti statunitensi ha un passaporto valido. Sarebbero colpite in particolare le donne sposate che hanno preso il cognome del marito, i giovani, chi vive in uno Stato diverso da quello di nascita, gli elettori delle minoranze.

C’è poi la questione di fondo: i numeri sulle frodi. Le verifiche condotte tra il 2016 e il 2022 in North Carolina, Georgia, Arizona, California e Texas hanno trovato meno di 50 non cittadini che avevano votato in ciascuno Stato, su decine di milioni di voti. Nello Utah, su 2 milioni di elettori, un solo caso confermato.

Cosa può cambiare dopo il voto del 3 novembre

Una cosa è certa: il 3 novembre si vota con le regole di sempre, quelle dei singoli Stati. Lo stesso Thune ha ammesso che la legge “non è qualcosa che possiamo fare senza un’elezione che porti più repubblicani”. Le midterm diventano quindi anche un referendum indiretto sul SAVE America Act.

Oggi i repubblicani hanno 218 seggi contro 214 alla Camera e 53 contro 47 al Senato. I sondaggi danno favoriti i democratici per la Camera, mentre il Senato resta in bilico. Gli scenari:

  1. I democratici conquistano la Camera. È lo scenario più probabile secondo i sondaggi. Il SAVE America Act sarebbe di fatto morto fino al 2029, perché la nuova Camera non lo approverebbe più. A Trump resterebbe la via degli ordini esecutivi, già fermata una volta dai tribunali.
  2. I repubblicani tengono entrambe le Camere. La pressione per abolire il filibustering diventerebbe enorme. Il Senato cambierebbe anche volto: Tillis e McConnell, due dei quattro repubblicani contrari, non si sono ricandidati. Se i loro successori fossero più vicini a Trump, i numeri potrebbero spostarsi. Resterebbe comunque la soglia dei 60 voti, a meno di cambiare le regole.
  3. La sessione “anatra zoppa”. Tra novembre e gennaio, prima dell’insediamento del nuovo Congresso, i repubblicani potrebbero tentare un ultimo assalto, legandolo alle leggi di spesa in scadenza a dicembre o alla legge sulla Difesa. Un risultato elettorale deludente renderebbe però ancora più difficile convincere i senatori riluttanti.
  4. La partita negli Stati e nei tribunali. Indipendentemente dal Congresso, diversi Stati a guida repubblicana stanno già adottando regole proprie su documenti e liste elettorali. E lo scontro su chi controlla le elezioni, Washington o gli Stati, è destinato a proseguire nelle aule giudiziarie fino alle presidenziali del 2028.

In sintesi, il SAVE America Act ha già prodotto un risultato politico, anche senza diventare legge: ha messo il tema dei documenti di voto al centro della campagna. Ha anche aperto una crepa vistosa tra Trump e la leadership repubblicana del Senato. Dopo il 3 novembre capiremo se è stata la battaglia d’apertura di una riforma elettorale nazionale, o l’ultima di una lunga serie di sconfitte.

Fonti