Midterm Usa, il voto che non si vede dall’Italia
di Silvia Minguzzi · · aggiornato il 27 ottobre 2026
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A quattro settimane dalle elezioni di medio termine, sette corse al Senato raccontano un’America che dall’Italia si vede poco: quella delle primarie, dei partiti attraversati da fratture profonde e degli elettori che votano le persone prima delle bandiere.
Mancano quattro settimane al 3 novembre. In Iowa, uno stato che Trump ha vinto con quasi il 56% dei voti, un ex campione paralimpico di basket in carrozzina è alla pari con la candidata scelta da Trump per il Senato. In Texas, dove i democratici non vincono un’elezione statale da oltre trent’anni, un ex insegnante è in parità con Ken Paxton, il procuratore generale amato dalla base MAGA. In Michigan, un medico vicino alla sinistra socialista è passato in tre mesi da sette punti di svantaggio a sette di vantaggio.
Sono storie che in Italia arrivano poco, o non arrivano affatto. Eppure è qui che si decide il Senato degli Stati Uniti. E per capirle bisogna tornare indietro di qualche mese, a un’estate di primarie che dall’Italia quasi nessuno ha visto.
Cosa si vota, e perché conta
Il 3 novembre gli americani rinnovano tutta la Camera dei Rappresentanti, circa un terzo del Senato e decine di governatori. Si chiamano elezioni di medio termine perché cadono a metà del mandato presidenziale. E per tradizione sono un giudizio su chi siede alla Casa Bianca.
La regola storica è semplice: il partito del presidente perde seggi. Succede quasi sempre, con rare eccezioni. La vera domanda è quanti.
Al Senato i repubblicani hanno oggi 53 seggi contro 47. Ai democratici servono quattro seggi in più per la maggioranza, perché in caso di parità 50-50 decide il vicepresidente, JD Vance. Sembra poco. Ma significa difendere tutto ciò che si ha e strappare quattro seggi in stati dove Trump ha vinto, spesso largamente.
Perché dovrebbe interessare a chi legge dall’Italia? Perché il Congresso decide cosa Trump potrà fare nei due anni che gli restano. Chi controlla le camere controlla il bilancio, le commissioni d’inchiesta, le conferme delle nomine. Con un Congresso amico, Trump governa. Con un Congresso ostile, passa i prossimi due anni a difendersi.
Sulla carta il Senato sembra in bilico. I modelli statistici, però, non vedono un pareggio. FLIPR, il modello previsionale di Nate Silver per Silver Bulletin, al lancio l’11 agosto dava ai democratici circa il 55% di probabilità di conquistare il Senato. A fine settembre la stima era salita intorno al 65%. Nell’aggiornamento del 5 ottobre il modello considera i democratici in ottima posizione per riprendersi la Camera, e favoriti anche al Senato.
Il motore di questa crescita è il cosiddetto voto generico: il sondaggio che chiede agli elettori quale partito sceglieranno per la Camera, senza nomi di candidati. Dal 7 settembre il vantaggio democratico è salito da 6,5 a 8,9 punti, e arriva a 9,6 se si contano solo gli elettori che probabilmente andranno a votare. Silver lo spiega con il crollo del gradimento di Trump e con il prezzo di benzina e gasolio.
Resta da capire se sarà un midterm normale o un vero referendum su Trump. Per rispondere, bisogna guardare dove l’informazione italiana di solito non guarda.
La partita che si è giocata prima
Dall’Italia, attraverso l’informazione mainstream, arriva una versione molto ridotta della politica americana. Trump e i suoi processi, le guerre, i dazi. Quasi sempre Washington, quasi sempre la Casa Bianca.
Quello che si vede meno è ciò che accade ai livelli intermedi e bassi: le primarie, le elezioni locali, il porta a porta nei distretti considerati “sicuri”. È lì che spesso si anticipano dinamiche che mesi dopo finiscono sulle prime pagine europee.
E quest’estate, mentre fuori si boccheggiava per il caldo, dentro i due grandi partiti americani si muovevano placche tettoniche. Con Alessio Ramaccioni, nella prima puntata della nuova stagione di Living in America, l’abbiamo chiamato un terremoto interno. Non ancora il crollo del palazzo, ma crepe ben visibili nelle fondamenta.
Che cosa sono le primarie, per chi non le conosce? Sono le elezioni con cui ciascun partito sceglie i propri candidati. Non le decidono le segreterie: le decidono gli elettori, stato per stato, collegio per collegio. Ed è per questo che sono il termometro più sincero di cosa si muove nella base. Il voto di novembre, in gran parte, è stato deciso lì.
Le tre anime democratiche
Per orientarsi conviene smettere di pensare ai democratici come a un blocco compatto. Oggi il partito è attraversato da almeno tre correnti.
La prima è quella centrista, legata all’establishment, da Chuck Schumer in giù. Continuità con la tradizione liberal degli ultimi decenni, grandi donatori, politica estera atlantista, qualche intervento redistributivo per smussare gli angoli.
La seconda è l’area progressista che non fa capo alla DSA: piattaforme molto avanzate su sanità pubblica, clima, sindacato e razzismo strutturale, ma senza un legame organico con i Democratic Socialists of America.
La terza si riconosce esplicitamente nella DSA, diventata il punto di riferimento per chi vuole parlare di socialismo democratico in un paese spesso allergico alla parola “socialismo”. In mezzo ci sono molte traiettorie sfumate: candidati con programmi quasi identici che scelgono di non dichiararsi membri, per non offrire un bersaglio alla destra e un pretesto all’establishment. Da fuori sembra tattica. Da dentro è sopravvivenza politica.
La stampa conservatrice, con un certo disprezzo, l’ha chiamata “the Summer of DSA”, l’estate della DSA. I numeri spiegano perché. Diciannove deputati democratici in carica e una ventina di nuovi candidati, sostenuti dalla DSA o da organizzazioni alleate come Justice Democrats e Working Families Party, hanno conquistato la nomination. Non solo a New York, ma anche in Colorado, Missouri, Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Florida.
A New York il sindaco Zohran Mamdani ha fatto campagna per i suoi candidati fino a comprare uno spot durante le finali NBA. Dall’altra parte c’erano la governatrice Hochul e il capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries. Dan Goldman è stato il quinto deputato in carica a perdere una primaria nel 2026. Non è una coincidenza: è una tendenza. Intanto la DSA ha superato i centomila iscritti.
Il caso più simbolico però è il Michigan. Seggio al Senato aperto dopo il ritiro di Gary Peters, in uno stato che Trump ha vinto di un punto. Alle primarie l’establishment puntava su Haley Stevens. Ha vinto Abdul El-Sayed, medico ed ex direttore della sanità pubblica di Detroit, con una piattaforma apertamente progressista e una mobilitazione dal basso.
I repubblicani hanno già costruito la loro campagna su un’equazione semplice: il Partito democratico del 2026 è il partito della DSA. La realtà è più complicata. La Brookings Institution ha verificato che molti candidati etichettati come “socialisti” non hanno mai avuto l’endorsement di un capitolo DSA. Ma la domanda resta aperta, ed è la prima a cui il 3 novembre risponderà: i candidati che hanno battuto l’establishment alle primarie reggono anche contro i repubblicani?
Il partito di Trump
Se tra i democratici la parola chiave è frattura, tra i repubblicani è obbedienza. Quest’anno le primarie del Grand Old Party hanno avuto un solo vero arbitro: l’endorsement di Trump.
In Georgia il governatore Brian Kemp sosteneva Derek Dooley per il Senato. A una settimana dal ballottaggio di giugno Trump ha scelto l’altro candidato, il deputato Mike Collins. Collins ha vinto con oltre il 55%. In Texas il procuratore generale Ken Paxton, figura amatissima dalla base MAGA, ha tolto la nomination al senatore uscente John Cornyn. In Iowa Ashley Hinson si è presentata come la principale alleata di Trump al Senato e ha vinto la primaria con oltre il 74%.
La lezione è chiara: per vincere le primarie repubblicane, oggi, serve Trump. Ma le primarie si vincono parlando alla base. Le elezioni generali si vincono parlando a tutti gli altri.
E qui iniziano a vedersi le crepe. Con il gradimento del presidente sull’economia ai minimi, con la guerra in Iran e i dazi che pesano sui portafogli, alcuni candidati repubblicani stanno prendendo le distanze. Hinson, in Iowa, ha espresso frustrazione per la guerra in Iran e ha scelto di non salire sul palco con Vance a un comizio. In Maine Susan Collins rivendica di aver votato contro i dazi sul Canada. In Ohio Jon Husted si smarca da Trump sui prezzi.
La seconda domanda a cui risponderà il voto è questa: la base MAGA basta a vincere fuori dai distretti più sicuri? O un candidato scelto da Trump deve poi fingere di non conoscerlo?
Sette corse, tre storie
Il Senato si decide in una manciata di stati. Io ne seguirò sette, e ognuno racconta un pezzo della storia di quest’anno.
Le difese democratiche: Georgia e Michigan
Sono i due seggi democratici davvero contendibili. Se ne cade uno, la strada verso la maggioranza si chiude. In Georgia il senatore Jon Ossoff affronta Mike Collins, il candidato voluto da Trump; i sondaggi estivi davano Ossoff in vantaggio. In Michigan El-Sayed sfida l’ex deputato repubblicano Mike Rogers, e i numeri si sono ribaltati. A luglio un sondaggio lo dava indietro di sette punti; oggi Suffolk lo dà avanti di sette, grazie soprattutto agli indipendenti. Qui si gioca la prova più importante dell’anno: un candidato vicino alla sinistra socialista può vincere in uno swing state vero?
I candidati fuori dagli schemi: Maine e Texas
Il Maine è una storia quasi da romanzo. Il candidato democratico atteso, Graham Platner, si è ritirato in estate dopo un’accusa di violenza sessuale, che lui respinge. Al suo posto i democratici hanno scelto Troy Jackson: boscaiolo di quinta generazione del nord dello stato, ex presidente del Senato del Maine, sostenuto dai sindacati. A giugno era arrivato terzo alle primarie per governatore. Contro Susan Collins, senatrice da cinque mandati, i sondaggi si dividono: alcuni danno Jackson avanti di tre punti, quello del New York Times con Siena dà Collins avanti di tre. Nel frattempo un’inchiesta di ProPublica ha riferito che l’FBI aveva cercato di avviare un’indagine per corruzione che riguardava anche lei, e Collins contesta la ricostruzione. Ma Collins conosce bene questa situazione: nel 2020 era indietro in quasi tutti i sondaggi e ha vinto di nove punti.
In Texas James Talarico, giovane deputato statale ed ex insegnante, sfida Paxton per il seggio che fu di Cornyn. La corsa è in perfetta parità. Che un democratico possa vincere in Texas è una promessa che si ripete da vent’anni. Questa volta i numeri, almeno, la prendono sul serio.
Il trumpismo sotto esame: Iowa, Ohio e Alaska
Sono stati che Trump ha vinto con margini ampi, e che oggi sono in bilico. In Iowa, seggio lasciato libero da Joni Ernst, il democratico Josh Turek, due volte oro paralimpico nel basket in carrozzina, è alla pari con Hinson, con alcuni sondaggi che lo danno avanti. In Ohio Sherrod Brown, sconfitto due anni fa, tenta il ritorno contro il senatore Jon Husted. In Alaska l’ex deputata Mary Peltola sfida il senatore Dan Sullivan, e la corsa è considerata in bilico.
C’è un dettaglio che dall’Italia nessuno vede, ed è il cuore di questo articolo. In Iowa, l’11% di chi vota Hinson per il Senato sceglie il democratico Rob Sand come governatore. Gli elettori non votano bandiere. Votano persone, e spesso le separano.
Scheda: le sette corse
| Stato | Sfida (D contro R) | Seggio | Sondaggi più recenti |
| Georgia | Ossoff contro Mike Collins | D uscente | Ossoff 50, Collins 43 (InsiderAdvantage, agosto) |
| Michigan | El-Sayed contro Rogers | D, aperto | El-Sayed avanti di 7 punti (Suffolk, data da verificare); a luglio era dato indietro di 7 |
| Maine | Jackson contro Susan Collins | R uscente | Collins 49, Jackson 46 (NYT/Siena, 15-22 settembre); Jackson 50, Collins 47 (AARP) |
| Texas | Talarico contro Paxton | R, Cornyn sconfitto alle primarie | Talarico 51, Paxton 49 (Fox News, 24-28 settembre) |
| Iowa | Turek contro Hinson | R, aperto | Turek 49, Hinson 47 (Fox News, 24-28 settembre); Turek 50, Hinson 42 (Marist, elettori registrati) |
| Ohio | Brown contro Husted | R uscente | Brown 44, Husted 43 (InsiderAdvantage, 1 ottobre) |
| Alaska | Peltola contro Sullivan | R uscente | 46 pari (Quantus, 2 ottobre); Peltola 50, Sullivan 44 (ASR, 22 settembre) |
Secondo FLIPR, a fine agosto il Texas era la corsa con la probabilità più alta di decidere il controllo del Senato (13%), con Talarico favorito al 60,7%. In Alaska, invece, la versione completa del modello considera Peltola sfavorita, nonostante i sondaggi.
Sondaggi aggiornati al 6 ottobre 2026.
Cosa guardare la notte del 3 novembre
Tre domande attraversano queste sette corse, e il voto risponderà a tutte. Sarà un midterm normale o un referendum su Trump? I candidati che hanno battuto l’establishment democratico alle primarie reggono anche contro i repubblicani? E la base MAGA basta a vincere fuori dai distretti più sicuri?
Per chi seguirà la notte dall’Italia, ecco l’ordine di arrivo. I primi seggi di queste corse chiudono all’una di notte, ora italiana, in Georgia; poco dopo in Ohio. Tra le due e le tre toccherà a Michigan, Maine, Texas e Iowa. L’Alaska chiude per ultima, verso le sei del mattino.
Ma la pazienza sarà necessaria. Maine e Alaska votano con il voto di preferenza a più scelte, e in Alaska lo spoglio del voto per posta richiede tempo: il risultato potrebbe arrivare solo dopo giorni. In Georgia, se nessun candidato supera il 50%, si torna a votare a dicembre per il ballottaggio. È possibile, insomma, che la mattina del 4 novembre il Senato non abbia ancora un padrone.
Comunque vada, una cosa è già chiara. Le battaglie di quest’estate nelle primarie non finiscono il 3 novembre: sono le stesse che decideranno chi guiderà i due partiti americani dopo Trump. Ne riparleremo a risultati acquisiti.


